Editoriale Ottobre 2011

Postato in Ottobre 2011

La nascita dei diritti nel “mondo Facebook”

L’Editoriale di questo mese è stato redatto dal dott. Denis Tartaglione, collaboratore dello Studio e praticante abilitato alla professione forense dall’agosto 2010.

L’oggetto dell’odierno approfondimento prende spunto da una recente controversia che ha visto coinvolto lo Studio, avente ad oggetto la tutela dei diritti di un’impresa in un nuovo contesto.

La vicenda trae origine da una condotta illecita posta in essere a danno di una nostra cliente nel mondo virtuale del social network Facebook.

Come noto ai più (…giovani), anche sulla scia del filmThe Social Network diretto da David Fincher e uscito in Italia nel novembre 2010, si tratta di un sito web di reti sociali creato nell’autunno 2003 dalla mente di Mark Zuckerberg -giovane e brillante studente dell’Università di Harvard- per mettere in comunicazione fra loro gli studenti del campus universitario con uno strumento concepito per fare amicizia mediante invio di messaggi e conoscere in maniera rapida ed immediata interessi, hobbies ed altre informazioni personali di qualsiasi membro iscritto.

Non sappiamo se il giovane studente abbia trovato ispirazione nel pensiero di Oscar Wilde (“Il pubblico ha un'insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena conoscere“), ma sta di fatto che, proprio servendosi di questa curiosità innata del genere umano, in brevissimo tempo la sua idea ha trovato un seguito inaspettato e, dopo essersi diffusa rapidamente negli Stati uniti, in Inghilterra ed in gran parte del mondo, nel settembre 2009 il social network Facebook è approdato anche in Italia.

E’ nata così, anche da noi, una nuova comunità virtuale di utenti Facebook che in soli due anni è arrivata a contare circa 17,3 milioni di iscritti (oltre 500 milioni in tutto il mondo, secondo le stime dello stesso Osservatorio di Facebook).

Come la storia insegna, la nascita di una nuova comunità di persone genera la necessità di creare una serie di regole finalizzate a disciplinare i rapporti fra i consociati, al fine di evitare conflitti che rischierebbero di mettere in pericolo la stessa conservazione della “specie”!

Tale necessità è emersa puntualmente anche nel “mondo Facebook”.

In assenza di normativa specifica, tuttavia, l’onere di regolamentare i rapporti fra i membri Facebook è spettato ai giudici, i quali, con un’opera di interpretazione estensiva delle norme codicistiche esistenti, hanno adattato gli istituti giuridici del mondo reale alle problematiche di questo nuovo mondo virtuale.

Le prime pronunce sul tema si rinvengono già all’inizio del 2010 -ovvero a pochi mesi di distanza dalla comparsa del social network, a riprova della rapida espansione del fenomeno- ed hanno avuto ad oggetto principalmente problematiche giuridiche connesse agli utenti-persone fisiche.

In particolare, i giudici hanno riconosciuto il diritto al risarcimento del danno in favore di un utente Facebook destinatario sul social network di un messaggio lesivo della propria reputazione, dell'onore e del decoro (Tribunale di Monza 02\03\2010 n. 770), ed hanno esteso l’ambito di applicazione dell’art. 276, comma 1, del Codice di Procedura Penale affermando che l’utilizzo di Facebook costituisce una violazione del divieto di "comunicare con persone diverse dai familiari conviventi" imposto ai soggetti che si trovano agli arresti domiciliari (Cassazione Penale 29\09\2010 n. 37151).

Un altro tema oggetto di pronunce è stato il c.d. reato di stalking, fattispecie criminosa introdotta pochi mesi prima dell’avvento di Facebook (Legge 23 aprile 2009, n. 38) per disciplinare una serie di nuove condotte illecite frutto dell’evoluzione della nostra società e, pertanto, non previste dal Codice Penale.

Utilizzando la ratio di tale nuova norma, i giudici italiani hanno ricompreso tra i comportamenti materiali sufficienti ad integrare il reato di stalking anche l’invio di numerosi messaggi alla vittima attraverso facebook (Cassazione Penale 24\06\2011 n. 25488 e 16\07\10 n. 32404).

Se da un lato tali sentenze costituiscono un primo tentativo di tutelare gli utenti-persone fisiche, del tutto assenti erano sino ad oggi le pronunce a garanzia dei diritti degli utenti-persone giuridiche.

Sebbene Facebook sia nato come mezzo di comunicazione di individui, infatti, sin da subito molte imprese hanno sfruttato la straordinaria diffusione di questo social network per pubblicizzare le proprie attività.

La vicenda giudiziaria che ha interessato il nostro Studio riguarda proprio la creazione da parte di una cliente di un gruppo facebook avente come nome identificativo la denominazione della società.

Si tratta di uno spazio web all’interno del social network che ogni utente può creare inserendo i propri dati sociali (indirizzo, numero di telefono, mail, ecc.) oltre a foto e commenti sulla propria attività, e che permette di inviare “richieste di amicizia” a qualsiasi altro utente, cliente o potenzialmente tale; quest’ultimo, una volta accettata l’ “amicizia virtuale”, riceverà automaticamente mail sugli aggiornamenti che verranno inseriti nel gruppo (informazioni, commenti, fotografie, ecc.).

Nel marzo 2011 il gruppo creato dalla nostra cliente veniva manipolato da un ex dipendente della stessa, che aveva modificato il nome del gruppo sostituendolo con uno coincidente con la denominazione dell’impresa in cui era andato ad operare, peraltro, in un settore commerciale identico a quello della nostra assistita e nello stesso ambito territoriale; lo stesso, inoltre, aveva sostituito alcune informazioni riportate sul gruppo, creando una commistione tra i dati delle due imprese.

Nel ricorso d’urgenza da noi presentato all’autorità giudiziaria, si è sostenuto che il gruppo Facebook, pur rappresentando una novità dal punto di vista giuridico, debba qualificarsi tra i segni distintivi di impresa (insegna, ditta e marchio) su cui la nostra cliente vantava un diritto di utilizzo esclusivo che era stato leso dalla condotta dell’ex dipendente. Sotto altro aspetto, veniva richiesta la condanna per concorrenza sleale confusoria, sviamento e storno di clientela sia del manipolatore che dell’impresa beneficiaria della manipolazione, atteso che l’estrema contraddittorietà delle informazioni pervenute agli “amici” del gruppo non poteva non aver ingenerato confusione sulle attività commerciali delle due imprese concorrenti.

Con provvedimento 07\07\2011 -che potrete consultare tra gli allegati- il Presidente della Sezione specializzata in materia di proprietà industriale e intellettuale del Tribunale di Torino, dott. Umberto Scotti, ha accolto integralmente la nostra tesi, ordinando alle controparti l’immediata restituzione del gruppo Facebook alla nostra assistita.

In particolare, il Giudice ha stabilito che “la creazione di un Gruppo Facebook (…) può essere estremamente utile quale veicolo collaterale di informazione e di promozione di una attività aziendale se il Gruppo è collegato ad una impresa commerciale. In questa prospettiva il Gruppo Facebook ha una precisa rilevanza economica e la stessa amicizia virtuale rappresenta un thesaurus di contatti qualificati potenzialmente produttivi di avviamento commerciale.

Sotto altro profilo, il Gruppo Facebook, che pure si connota con l’uso della denominazione e dei marchi della ricorrente, rappresenta un caso di segno distintivo atipico, suscettibile di tutela contro l’interferenza confusoria, quantomeno ai sensi dell’art.2598, n.1, c.c., che come è noto, protegge, in generale, anche i “segni legittimamente usati da altri” quale fattispecie espressamente considerata di atto idoneo a creare confusione con i prodotti e l’attività del concorrente.”

Tale provvedimento rappresenta, ad oggi, una delle rare pronunce in Italia in materia di tutela dei diritti delle imprese nel “mondo Facebook”, ed è stato pubblicato in diverse riviste giuridiche specializzate.

A conclusione di questo editoriale, stante l’argomento trattato, ritengo che la chiusura debba essere dedicata al genio incomparabile di Steve Jobs, prematuramente scomparso, che nell’ormai famoso discorso agli studenti neo-laureati dell’università di Stanford di alcuni anni fa, li ha esortati a “Stay hungry, stay foolish”.

 

Dott. Denis Tartaglione