Editoriale Novembre 2011

Postato in Novembre 2011

Il presente editoriale è stato redatto dall’avv. Alberto Garlanda, poco più che trentenne, associato che collabora stabilmente con lo Studio dall’agosto 2005.

Vorrei svolgere alcune brevi considerazioni sul rapporto Cliente-Avvocato, argomento che ritengo di particolare interesse stanti le complesse dinamiche che si prestano a molteplici interrogativi.

Al fine di comprendere il funzionamento di tale delicata dinamica, occorre -dal mio punto di vista- comprendere in primo luogo chi è l'avvocato e che professione esercita.

Il termine avvocato deriva dal latino advocatus (advoco = voco + ad) ovvero "chiamato a me" oppure "chiamato a difendermi", ed identifica -a grandi linee- colui che, dietro un compenso, assiste il proprio cliente in relazione ad una situazione problematica -che potremmo chiamare lite, controversia o semplicemente problema- se del caso facendo valere i suoi diritti avanti all'autorità giudiziaria.

Sostanzialmente, l'avvocato è un "tecnico del diritto", oppure -secondo alcuni- un "tecnico della gestione del conflitto", il quale è dotato di un bagaglio di conoscenze giuridiche tali da permettere al proprio assistito, se si rende necessario, di "adire le sedi giudiziarie", ovvero di poter far valere le proprie ragioni avanti ad un Giudice dello Stato (o se del caso un Mediatore o un Arbitro privato).

Conseguentemente, l'avvocato è un professionista -presente in tutti gli Stati civili del mondo- in grado di "interfacciarsi" con la macchina della giustizia nell'interesse del proprio cliente in una causa civile, penale o amministrativa.

In tale contesto, tuttavia, è bene precisare che il Cliente è il soggetto che si trova all'interno del processo (o meglio è la parte processuale), mentre l'Avvocato rappresenta "un mezzo" che consente al proprio assistito di agire all'interno dei meccanismi che contraddistinguono i procedimenti giudiziari, tanto complessi e formali che è quasi sempre prevista l'assistenza obbligatoria di un legale.

Una delle questioni più dibattute, e di grande attualità, riguarda il cosiddetto “risultato” conseguito dal Cliente, nel senso che, secondo taluni, il compenso dell’avvocato dovrebbe essere modulato in relazione al risultato raggiunto, posto che, poichè è l’avvocato a delineare -decidendola- la strategia da adottare, sarebbe corretto che anche l’Avvocato subisse -riducendo il proprio compenso o addirittura annullandolo- le conseguenze pregiudizievoli di un risultato negativo.

Al riguardo, è principio ormai consolidato in Italia (sin da una pronuncia degli anni '70 della Corte d'Appello di Napoli, cfr. Diritto e Giurisprudenza, 1970, 455), anche se con dei recenti correttivi di cui si accennerà nel prosieguo, che l'avvocato -così come altri professionisti "intellettuali"- esercita una prestazione "di mezzi", e non "di risultato". Ciò significa che l'avvocato si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato dal cliente, non già per conseguirlo in concreto. Tale distinzione è fondamentale in quanto, per fare un esempio chiarificatore, mentre l'architetto\direttore dei lavori nell'ambito di una prestazione "di risultato" concernente la costruzione di un edificio è responsabile del suo eventuale cedimento strutturale, l'avvocato, nell'ambito di una prestazione "di mezzi" consistente nell'assitenza giudiziaria del proprio cliente, non perde il diritto di ricevere il compenso se non raggiunge il risultato sperato dal proprio assistito. Anzi l'avvocato, se non ha commesso errori, ha diritto ad essere pagato anche se "perde la causa", così come analogamente il medico ha diritto al proprio compenso anche se non riesce a curare la complessa malattia del paziente.

Tale dinamica tuttavia non è così lineare, in quanto dipende da variabili non sempre facilmente prevedibili (ad esempio, ci sono casi in cui il diritto che si va valere appare ineccepibile, e quindi una sconfitta può essere difficilmente spiegabile, altri in cui l’aver limitato i danni è da considerarsi un grande risultato).

Personalmente, ritengo che sia giusto che il professionista, ed in particolare l’avvocato, pur espletando una prestazione “di mezzi”, debba modulare le proprie spettanze in relazione al risultato conseguito, pur operando i doverosi distinguo di cui supra.

Aderendo a questa impostazione la Suprema Corte di Cassazione, a mezzo della sentenza 11\01\2010 n. 230, ha affermato -in sostanza- che pur essendo la prestazione dell’avvocato “di mezzi”, difeso e difensore possono validamente derogare tale impostazione, trasformando la prestazione in una “di risultato”, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Venendo ora ad esaminare più da vicino il rapporto avvocato-cliente, il primo contatto tra Cliente ed Avvocato è caratterizzato dal conferimento del c.d. "mandato difensivo", che consiste nella manifestazione della volontà dell'assistito di essere rappresentato e difeso dal proprio difensore, sia che ci si trovi già nell'ambito di un procedimento giudiziario sia che questo non sia stato ancora radicato, ed in quest’ultimo caso si parlerà di assistenza "stragiudiziale" ovvero "extragiudiziaria" (che è tanto importante e delicata quanto quella "giudiziaria").

Tale primo approccio -in cui viene conferito il mandato difensivo- non può che fondarsi su un indefettibile rapporto di fiducia tra difeso e difensore, che deve permanere per tutta la durata dell'incarico e dev’essere caratterizzato da comportamenti leali, corretti, diligenti e chiari per entrambe le parti.

La fiducia, in particolare, non può mancare, in quanto il contesto in cui opera l'avvocato si contradditingue da problematiche solitamente complesse e delicate sia dal punto di vista sostanziale (che riguarda la situazione reale parametrata a quella giuridica) che processuale (che riguarda le regole -a volte cervellotiche- che governano i processi), il che obbliga il cliente -salvo che sia anch'egli un giurista- ad "affidarsi" al proprio difensore, nello stesso modo in cui il paziente si affida al proprio medico.

Così, il venir meno del rapporto di fiducia può facilmente determinare -e probabilmente è meglio che determini- la rinuncia ovvero la revoca del mandato difensivo, fatto che si verifica non di rado nella prassi, anche se -e questo non vuol certo essere una difesa della categoria a prescindere- il Cliente tende spesso ad identificare il mancato tempestivo raggiungimento dei propri obiettivi con l’inettitudine del proprio difensore.

Il lettore, a questo punto, potrebbe pensare che diligenza, fiducia, informazione ecc. siano altisonanti vocaboli di indiscussa pregnanza "morale", ma completamente privi di un significato concreto; personalmente, ritenendo imprescindibile che i rapporti con i Clienti si basino sulla fiducia, lealtà, correttezza, diligenza e chiarezza.

Quanto sopra per due ordini di motivi.

Da un lato, difatti, diligenza, fiducia, informazione ecc., lungi dal rappresentare discrezionali e modificabili obblighi "morali" che caratterizzano il rapporto tra difensore ed assistito, risultano invece inseriti in veri e propri testi normativi, quali in particolare -oltre ai Codici Civile e Penale- la Legge Professionale Forense (ovvero il Regio Decreto Legge 27\11\1933 n. 1578) ed il Codice Deontologico Forense.

Non essendo il presente spazio sufficiente per ulteriori approfondimenti sul tema è appena il caso di accennare che mentre la Legge Professionale Forense disciplina la funzione e l'organizzazione degli Avvocati, nonchè i requisiti per esercitare tale professione e le sanzioni irrogabili nei casi in cui il patrocinio non sia svolto secondo legge, il Codice Deontologico Forense rappresenta un completo decalogo di diritti e doveri relativi ai rapporti tra Avvocati, Clienti, Colleghi, Magistrati ecc., tra cui si possono citare quelli di lealtà e correttezza, fedeltà, diligenza, segretezza, indipendenza, difesa, competenza, aggiornamento e verità.

Tali disposizioni normative, pertanto, delineano un quadro abbastanza chiaro e completo del rapporto tra Avvocato e Cliente.

Dall'altro lato e a complemento di quanto detto sopra, si deve considerare che le disposizioni normative -contenenti i precetti sopra accennati- sono cogenti ovvero devono essere puntualmente rispettate, pena l'irrogazione di sanzioni disciplinari, civili, nonchè -in casi estremi- penali.

I suddetti principi di comportamento, quindi, così come emerge da numerosi studi, nonché dalle pronunce giudiziarie che hanno interessato l’argomento, si traducono in diritti e doveri ben precisi, che non possono essere disattesi e che -dal mio punto di vista- consentono al Cliente di rapportarsi con fiducia con lo Studio, che da sempre pone tali precetti -con particolare riferimento a quello della diligenza e dell'informazione- alla base del proprio lavoro quotidiano.

Ad ultimo, si deve evidenziare che le disposizioni in esame non sono scheletri del passato, ma si mantegono periodicamente al passo con i tempi ed infatti, per esempio, stanno per essere elaborate nuove regole -per ricollegarmi ai precedenti editoriali- relative alla recentissima figura dell’avvocato\mediatore, ed ancora il Codice Deontologico Forense è stato oggetto di modifiche a mezzo di una delibera del Consiglio Nazionale Forense (che rappresenta l’organismo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura ed espressione dell’intera classe forense) del 12\06\2008, con novità relative alle modalità dell'informazione, ai rapporti con la stampa e con il Consiglio dell'Ordine, nonché agli accordi sulla definizione del compenso.

Concludendo, auspico con il presente editoriale di aver chiarito alcuni aspetti relativi al rapporto tra Avvocato e Cliente, ed offro la mia più completa disponibilità -nonché di tutto lo Studio- ad approfondire l’argomento ed a rispondere alle eventuali domande di tutti coloro che sono interessati a questo argomento.

Avv. Alberto Garlanda