Editoriale Febbraio 2012

Postato in Febbraio 2012

Amministrazione della Giustizia fra priorità e proteste

 

Cari Lettori,

dopo una serie di articoli dal contenuto prettamente “tecnico”, la dott.ssa Carlotta Graziano Vi intratterrà su una delle più attuali problematiche del momento, emersa con veemenza sia in concomitanza con la nomina di un governo tecnico -in questo senso finalmente capace di individuare i problemi reali e tentare di risolverli- sia con l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ovvero l’auspicata riforma della giustizia.

 

Premessa fondamentale per una ponderata riflessione sullo stato attuale dell'amministrazione della giustizia in Italia è che l'efficienza della macchina della giustizia si traduce in primis in un dovere e in un diritto che coinvolge chiunque appartenga ad una certa comunità.

La Giustizia, infatti, è il pilastro essenziale dello Stato di diritto, motivo per cui è inevitabilmente connotata da una forte matrice socio-culturale ed è messa in atto da organi giurisdizionali quale espressione della volontà del popolo, come potere legittimo di tutela dei diritti della collettività, essendo la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto. E' pertanto indispensabile che il sistema giudiziario adotti adeguati interventi normativi e tecnici, che ne garantiscano un sufficiente grado di effettività e che rispondano alla necessità di adeguare la giustizia italiana agli standard europei, alle indicazioni di contenuto ed alle sollecitazioni organizzative che provengono dalle istituzioni sovranazionali.

Ed è proprio in questi termini che -in particolare- la giustizia civile è stata oggetto di una significativa azione normativa finalizzata a recuperarne efficienza ed efficacia, attraverso una manifestazione di volontà, politica e legislativa, di riduzione della pendenza della giustizia civile, di razionalizzazione territoriale ed organizzativa delle risorse giudiziarie, di un diffuso, uniforme e miglior uso delle innovazioni tecnologiche, in quanto anche -e soprattutto- la giustizia deve rappresentare una condizione necessaria per lo sviluppo dell’economia ed un fattore di impulso per la crescita del Paese.

Come messo in evidenza dall’attuale Ministro della Giustizia Paola Severino nella propria relazione annuale, i punti di maggiore criticità del sistema giudiziario italiano, sui quali è occorso -ed occorre- intervenire con importanti riforme, risultano essere:

  • il deficit di efficienza degli uffici giudiziari rispetto all'elevato flusso delle controversie in entrata, che appare quantitativamente sovradimensionato nel confronto con le altre democrazie occidentali (a titolo esemplificativo, l'Italia nel 2010 era al quarto posto in Europa per tasso di litigiosità, con 4.768 contenziosi -solo in ambito civile- ogni 100.000 abitanti);

  • la problematica della rapida eliminazione dell'arretrato civile accumulatosi negli anni passati, nel rispetto dei principi fondamentali del nostro sistema e senza limitare eccessivamente l'accesso dei cittadini al sistema giudiziario per nuove istanze;

  • l'indispensabile razionalizzazione organizzativa e tecnologica dell'intera struttura amministrativa dei servizi giudiziari, finalizzata al miglior utilizzo delle risorse umane e finanziarie disponibili;

  • l'eccessiva durata dei processi penali, il sovraffollamento delle carceri ed il conseguente problema della carcerazione preventiva.

Occupandoci prioritariamente -in questo articolo- delle problematiche della giustizia civile, il legislatore ha cercato di dare una risposta normativa in termini di efficienza, finalizzata all'affermazione del primario principio della certezza del diritto. In tal senso, sono stati attuati alcuni interventi legislativi sul fronte della giustizia civile ed è stata, fra le altre, attuata la riforma organizzativa per la rimodulazione della geografia giudiziaria, finalizzata ad ottenere un consistente risparmio di spesa, un più razionale utilizzo delle risorse umane disponibili ed un recupero della specializzazione delle funzioni giudiziarie, auspicando una diffusione della "cultura dell'organizzazione", necessaria per poter garantire una migliore erogazione del servizio della giustizia. Ed ancora, con il decreto legge n. 98/2011 è stato varato un Piano Straordinario per l'efficienza della giustizia civile, che ha introdotto l'obbligo di programmazione della gestione del contenzioso civile con l'individuazione dei criteri di priorità nella trattazione delle cause e, come contrappeso, ha aumentato gli importi del contributo unificato, stabilito con il d.p.r. 30 maggio 2002 n. 115, al fine di scoraggiare la convenienza delle c.d. “cause bagatellari” che rischiano di ingolfare il sistema processuale. Inoltre, con il decreto legge n. 150/2011 il legislatore ha voluto ridurre e semplificare i procedimenti civili di cognizione disciplinati dalla legislazione speciale, riconducendoli ai tre modelli contemplati dal codice di procedura civile, ossia il procedimento ordinario di cognizione (Libro II, Titolo I e III c.p.c.), il procedimento del lavoro (Libro II, Titolo IV, Capo I, Sez. II c.p.c.) ed il procedimento sommario di cognizione (Libro IV, Titolo I, Capo II bis c.p.c.). E' stato introdotto, altresì, con la legge n. 183/2011, il servizio telematico di deposito degli atti ed il servizio di comunicazioni telematiche di cancelleria, finalizzato alla riduzione dei ritardi, dei tempi di comunicazione, del lavoro nelle cancellerie, nonché dei costi per le notifiche e per il personale UNEP.

Risulta tuttavia evidente sin da subito che i descritti interventi legislativi, quand’anche avessero gli auspicati effetti positivi in termini di efficienza del sistema giudiziario, necessiterebbero in ogni caso di essere associati ad un profondo ripensamento dell'intero impianto processuale, non essendo di per sé sufficienti a garantire alla giustizia italiana un'effettiva ripresa interna e, conseguentemente, un'adeguatezza al richiesto livello sovranazionale.

Altrettante perplessità sono scaturite dall'emanazione del decreto legge n. 1/2012, c.d. "decreto sulle liberalizzazioni", con cui sono state introdotte -fra le altre- importanti novità con riferimento ad alcuni aspetti fondamentali della professione legale, quali le tariffe ed i compensi, il rapporto fra professionista e cliente ed il tirocinio che i giovani laureati devono svolgere per accedere a tale professione.

Sono note a tutti le forti iniziative di protesta portate avanti da una larga parte della classe forense contro gli interventi attuati sulla Giustizia e contro le liberalizzazioni "selvagge", proteste certamente condivisibili sotto molti punti di vista, ma che necessitano di un'attenta e ponderata valutazione, mirata ad evitare uno svilimento della figura professionale dell'avvocato.

Le liberalizzazioni hanno, infatti, riguardato principalmente l'abolizione delle tariffe e l'introduzione di un preventivo tra avvocato e cliente, per cui non potranno più far riferimento al vecchio tariffario forense né gli avvocati nei loro rapporti con i clienti, né i giudici nel decidere le controversie e nel porre le spese legali a carico della parte soccombente.

Le nuove disposizioni prevedono, infatti, che il giudice potrà far riferimento ai parametri stabiliti con decreto del Ministro della Giustizia, con la conseguenza che la liquidazione delle spese di causa continuerà -nella realtà- ad essere effettuata sulla base di parametri prestabiliti, anche in considerazione di quanto disposto dall'art. 2233 c.c. in materia di professioni intellettuali, per cui il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell'associazione professionale a cui il professionista appartiene.

Fermo restando l'obbligo posto a carico del professionista di concordare con il cliente il proprio compenso per le prestazioni già al momento del conferimento dell'incarico professionale, i suddetti parametri prestabiliti dal Ministero potranno in ogni caso essere utilizzati anche dall'avvocato nella contrattazione del compenso con il cliente, ma tale comportamento sarà vietato nel solo caso in cui il cliente sia un consumatore od una microimpresa.

L'avvocato potrà quindi formulare per iscritto al cliente una proposta descrittiva dell'incarico, con l'indicazione del grado di complessità e di tutti i costi, avendo cura di adeguare il proprio compenso all'effettivo grado di complessità dell'opera richiesta, pena la possibilità per il Consiglio dell'Ordine di sindacare su un preventivo sproporzionato ed accertare l'eventuale commissione di un illecito disciplinare a carico del professionista.

Personalmente, ritengo che l'abolizione delle tariffe forensi e la conseguente introduzione dell'obbligo di concordare con il cliente il proprio compenso per l'attività professionale svolta non dovrebbe incontrare particolari ostacoli, soprattutto per coloro che sino ad oggi, pur in assenza di uno specifico obbligo dettato dal legislatore, hanno comunque svolto questo tipo di ragionamento preventivo al momento dell'esposizione della problematica da parte dei clienti, ed hanno, quindi, proporzionato la quantificazione del compenso partendo sì dal tariffario forense, ma avendo specifico riguardo all'effettivo grado di complessità della vicenda trattata.

In relazione agli effetti che tale riforma produrrà, se da un lato si prevedono larghi benefici in tema di trasparenza e fiducia (elementi importantissimi nella connotazione del rapporto avvocato-cliente), non siamo altrettanto convinti che vi sarà anche un abbattimento dei compensi, e, soprattutto, se l’auspicato abbattimento, frutto dell’aumento della concorrenza tra legali, comporterà vantaggi reali per il cittadino.

L’aumento della concorrenza, infatti, comportando la graduale trasformazione della professione in attività d’impresa, obbligherà gli avvocati ad investire nel cosiddetto marketing piuttosto che in aggiornamento professionale, a discapito della qualità del servizio.

Se paragoniamo il medico all’avvocato, e proviamo ad immaginare uno Stato senza il servizio sanitario nazionale, il cittadino ha bisogno di un medico bravo o di un medico poco costoso?; oppure, siamo proprio sicuri che il medico bravo sia anche poco costoso?; o ancora, siamo certi che a fronte di un corrispettivo più basso rimangano inalterati gli standard di qualità ed efficienza, o, addirittura, migliorino?

Personalmente, ritengo che lo Stato dovrebbe preoccuparsi di garantire al cittadino professionisti BRAVI, da pagare il giusto. Non dimentichiamo che l’attività intellettuale è un’opera per molti versi “artigianale”, che necessità di particolare cura e maniacalità nell’esecuzione, il che, a nostro sommesso avviso, contrasta con un percorso di concorrenza sfrenata e di corsa al miglior prezzo.

Infine, il decreto sulle liberalizzazioni ha introdotto un'altra rilevante novità riguardate l'accesso alla professione, ossia la possibilità di svolgere i primi mesi di pratica forense già prima del conseguimento della laurea, fino ad un massimo di sei mesi, limitando la durata complessiva a diciotto mesi, a fronte degli odierni due anni.

Tale novità è accoglibile con favore, in quanto la possibilità di iniziare la pratica forense già prima della laurea, ma in ogni caso nel limite massimo dei sei mesi antecedenti il conseguimento della stessa (ossia quando lo studente ha ormai sostenuto tutti, o quasi tutti, gli esami formativi), certamente potrebbe essere un momento di utile formazione pratica per il giovane laureando, non andando in alcun modo a scalfire i requisiti di serietà ed effettività della professione, anzi.

In conclusione, occorrerebbe, pur in chiave critica, sfruttare al meglio gli strumenti normativi forniti dal sistema per poter realmente riqualificare la professione in termini di accesso, di controllo professionale e deontologico, nonché di un generale miglior funzionamento del sistema giudiziario in genere, che proprio oggi, in presenza dell'instabile congiuntura economica internazionale, può trovare l'occasione per attuare una reale e responsabile riforma.

Così come ribadito dalla Guardasigilli Paola Severino nel proprio intervento in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2012, rendere la giustizia efficiente, rendere il magistrato capace di organizzare al meglio i propri uffici ed amministrare la giustizia coltivando la specializzazione, costruire un modello di avvocatura attento ai valori della concorrenza leale e capace di elevare il proprio livello qualitativo, devono rappresentare le sfide nelle quali il nostro sistema giudiziario si dovrà cimentare.

 

Nella speranza che ancora una volta non abbia ragione Tomasi di Lampedusa, ovvero che se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi, ci congediamo e vi diamo appuntamento al mese prossimo.

 

Dott.ssa Carlotta Graziano