Editoriale Aprile 2012

Postato in Aprile 2012

Cari Lettori,

dedicheremo questo Editoriale -redatto dalla dott.ssa Cristina Lefons- alla problematica emersa a seguito della recente sentenza della Corte di Cassazione in tema di matrimonio tra persone dello stesso sesso, che segna un importante passo avanti nella strada verso il riconoscimento dei diritti delle coppie gay nel nostro Paese.

Il nostro sistema giuridico, infatti, nonostante sia stato più volte auspicato un intervento legislativo, non riconosce alcuna tutela giuridica alle unioni tra persone dello stesso sesso (né per le unioni di fatto in generale), a differenza di altri sistemi nettamente orientati in tal senso: infatti, numerosi sono gli Stati in cui è dato riconoscimento alle unioni civili, anche omosessuali (tra gli altri Regno Unito, Germania, Svizzera, Danimarca, Finlandia, Islanda, Francia, Belgio, Lussemburgo), mentre in alcuni è altresì ammesso il matrimonio per coppie gay (quali Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Norvegia, Svezia, Inghilterra, fermandoci alla prospettiva europea).

Al riguardo, se da una parte si riscontra grande fermento nella giurisprudenza, italiana ma soprattutto europea -che rilevanti passi in avanti ha fatto nell’ultimo periodo sul tema e di cui la sentenza della Suprema Corte è significativo esempio- dall’altra fa eco l’inerzia del legislatore interno, determinata dalla difficoltà di discostarsi da una concezione tradizionale del matrimonio e della famiglia.

Infatti, nonostante numerose proposte siano state presentate in Parlamento sulle unioni civili, nessuna di queste è al momento diventata legge.

Per quanto la coscienza comune e sociale in tema di omosessualità si sia evoluta negli ultimi anni, complice anche l’apporto dei media, e della televisione in primis, che hanno contribuito a sdoganare quello che prima era un assoluto “tabù”, le reazioni suscitate dalla sentenza in esame, che pur avendo riscontrato il plauso da parte di coloro che da tempo auspicano una regolamentazione normativa per le coppie dello stesso sesso non è andata esente da polemiche, dimostrano come ancora non si sia sviluppata nell’opinione pubblica e politica italiana una vera e propria emancipazione dalla concezione tradizionale del matrimonio e, più in generale, della famiglia che, però, non rispecchia più la realtà dei rapporti interpersonali.

Già da tempo la realtà sociale del nostro, come di altri Paesi, mostra il diffuso fenomeno di persone, anche dello stesso sesso, stabilmente conviventi, e sarebbe auspicabile che queste unioni trovassero una tutela specifica nell’ordinamento: il diritto dovrebbe essere il riflesso del mutamento dei costumi sociali e come tale dovrebbe evolversi, non potendo rimanere ancorato a concezioni che dovrebbero considerarsi superate nella realtà.

Come affermato nella sentenza della Corte Costituzionale n.138/2010, sul cui dettato la sentenza della Cassazione si modella, infatti, <<Il concetto di matrimonio ed il concetto di famiglia non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei principi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi>> : ciò è stato anche affermato dal Parlamento Europeo con la Risoluzione del 13 marzo 2012, in cui si legge che << le famiglie nell'UE sono diverse e comprendono genitori coniugati, non coniugati e in coppia stabile, genitori di sesso diverso e dello stesso sesso, genitori singoli e genitori adottivi che meritano eguale protezione nell'ambito della legislazione nazionale e dell'Unione Europea >> e con cui il Parlamento si << rammarica dell'adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di «famiglia» con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli >> e richiede agli stati membri di << elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni civili e delle famiglie omosessuali a livello europeo >> .

La pronuncia della Suprema Corte trae origine da un ricorso presentato da una coppia gay italiana, che dopo aver contratto regolare matrimonio in Olanda (è infatti prassi costante, in una situazione quale quella sopra descritta, per le coppie dello stesso sesso recarsi all’estero per trovare una tutela che il diritto interno non garantisce), si era vista negare la richiesta di trascrizione del matrimonio in Italia: tale ricorso viene ad essere rigettato dalla Corte, che però, “approfittando dell’occasione” e sulla scia delle precedenti importanti sentenze della Corte Costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo (cosiddetto caso Schalk and Kopf), con una motivazione lunga quasi 80 pagine fa alcune importanti considerazioni in tema di unione tra persone dello stesso sesso.

La Corte chiarisce, in primo luogo, che il diniego della trascrizione non può considerarsi fondato sulla contrarietà all’ordine pubblico del matrimonio tra persone omosessuali, così come sostenuto dall’ufficiale di stato civile e dalla pronuncia impugnata, cosa che, oltre ad essere discriminatoria, sarebbe incompatibile con l’appartenenza dello Stato italiano alla Ue; tuttavia, affinché tale trascrizione possa aversi, è necessario che il matrimonio sia stato anzitutto celebrato nel rispetto delle forme previste dalla legge straniera, ma che, soprattutto, sussistano i requisiti sostanziali relativi allo stato ed alla capacità delle persone previsti dalla legge italiana. La diversità di sesso dei nubendi, pur non essendo direttamente richiesta da alcuna norma, né della costituzione né del codice civile, ma in quanto ricavabile indirettamente dalle disposizioni che nel riferirsi ai coniugi utilizzano i termini di <<moglie>> e <<marito>> , rappresenta, afferma la Corte, requisito minimo per l’esistenza del matrimonio secondo l’orientamento costante della giurisprudenza, nel riflesso di quella che viene definita <<una consolidata ed ultramillenaria nozione di matrimonio>>. Pertanto, l’impossibilità di trascrivere il matrimonio tra due cittadini italiani dello stesso sesso contratto all’estero, per quanto astrattamente trascrivibile se la stessa situazione si proponesse tra due persone di sesso diverso, si fonda sul fatto che tale atto non è idoneo a produrre effetti nel nostro ordinamento e non dipende né dall’inesistenza di tale unione né, tantomeno, dalla contrarietà della stessa all’ordine pubblico.

Questo è considerabile, a parere di chi scrive, uno dei grandi pregi della pronuncia in esame, in quanto per la prima volta viene affermata la sostenibilità teorica del matrimonio tra persone dello stesso sesso in quanto non astrattamente incompatibile con i valori costituzionali: in sostanza la Corte, partendo dal rilievo per cui possa riconoscersi il diritto fondamentale a contrarre matrimonio derivante dall’art. 29 della cost. (<<La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.>>) diritto che, in quanto diritto fondamentale spetta al singolo in quanto tale ma anche nelle formazioni sociali ai sensi dell’art. 2 (<<La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale>>), e, considerando la coppia omosessuale come formazione sociale, ritiene che non possa dirsi contraria alla disciplina costituzionale l’introduzione nel nostro ordinamento del matrimonio tra le coppie omosessuali. Tale passo ulteriore deve però essere compiuto dal Parlamento nella sua funzione di legislatore e nell’esercizio della sua piena discrezionalità, andando ad intervenire sulla legislazione ordinaria introducendo la disciplina specifica.

Quale conseguenza della qualifica delle coppie dello stesso sesso come formazione sociale discende il principio, e questo è l’altro aspetto che si ritiene rilevante della pronuncia, per cui le coppie conviventi dello stesso sesso, con una relazione stabile, hanno diritto al riconoscimento della loro “vita familiare” e quindi allo stesso trattamento garantito dalla legge alle coppie eterosessuali.

In quanto titolari del diritto alla vita familiare (che quindi non viene più ad essere subordinato al sesso) viene riconosciuto alle coppie gay che si trovino nelle condizioni su indicate (conviventi in stabili relazioni di fatto) il diritto inviolabile di vivere liberamente la condizione di coppia e di poter adire i giudici comuni per far valere il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alle coppie coniugate.

Si ritiene che il grande merito della pronuncia esaminata sia quello di aver “aperto le porte” ad un allargamento, se non altro in via giudiziale, di forme di tutela nei confronti delle coppie omosessuali, mostrando come, grazie anche al dialogo tra le Corti europee, la giurisprudenza si sia dimostrata attenta e capace nel cogliere i mutamenti sociali rispetto ad un legislatore, quale quello interno, ancora disattento da questo punto di vista. La speranza è, quindi, che i principi affermati dalla Corte stimolino più delle polemiche tra coloro che sono a favore e coloro che sono contrari al matrimonio omosessuale, e che servano a dare il via ad un percorso di crescita normativa del Paese, in tali tematiche, tale da far sì che l’Italia si uniformi presto alle tendenze europee in materia di coppie dello stesso sesso.

Dott.ssa Cristina Lefons