Editoriale Giugno 2012

Postato in Giugno 2012

Cari lettori,

approfittando dell’importante riforma del lavoro approvata in questi giorni dal Parlamento -che sarà presumibilmente oggetto di un prossimo Editoriale- riteniamo di non discostarci dall’argomento e dedicare questo articolo alla sentenza della Corte D’Assise di Torino con cui si è concluso il primo grado del processo Thyssenkrupp, sentenza che è stata oggetto, così come la vicenda stessa, di grande attenzione, stante la tragicità dei fatti e l’eco che quanto avvenuto ha riscosso sull’opinione pubblica nazionale, e torinese in modo particolare.

La vicenda è tristemente nota: nella notte tra il 5 ed il 6 dicembre 2007 nella linea 5 dello stabilimento di corso Regina in Torino si sviluppa un devastante incendio, nel quale perdono la vita 7 operai. Il processo che seguirà, e la sentenza che ne segna la conclusione, sono stati definiti dai commentatori “eccezionali”.

I profili di eccezionalità della sentenza non derivano soltanto dall’unicità e tragicità dell’evento, o dall’entità delle somme liquidate a titolo di risarcimento, o dalle condizioni in cui è emerso versare lo stabilimento torinese, ma dalla peculiarità di alcuni dei principi giuridici sanciti dalla Corte torinese in riferimento alla responsabilità penale dei vertici aziendali.

La Corte, in realtà, non ha, con la sentenza in esame, introdotto fattispecie penali “nuove”, ma ha dato un’applicazione “nuova” a principi di diritto già cristallizzati, condannando i vertici aziendali -nella persona dell’Amministratore Delegato e membro del comitato esecutivo con delega alla sicurezza Herald Espenhahn- per omicidio doloso, fatto mai avvenuto prima d’ora.

Senza la presunzione di voler esaminare esaustivamente i principi del “dolo” e della “colpa” (a cui, da sempre, sono dedicate intere pubblicazioni giuridiche), è necessario, tuttavia, evidenziare come tali principi (definiti elementi soggettivi del reato) posso sinteticamente così essere descritti:

-dolo: è definito dall'art. 43 del Codice Penale, secondo cui: "Il delitto è doloso o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione". La sussistenza del dolo, quindi, è riscontrabile quando viene accertata l'esistenza di due elementi: la rappresentazione e la volontà che, in estrema sintesi, possono riassumersi come rappresentazione dell'evento lesivo (ad esempio, la morte) e la volontà di conseguirlo (volere, appunto e ad esempio, il decesso);

-colpa: sussiste quando l'agente (il “colpevole”) non voleva la realizzazione dell'evento giuridico rilevante (ancora una volta, la morte), evento che tuttavia si è verificato a causa di una colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia) o specifica (inosservanza di leggi, regolamenti, ordini).

I reati dolosi, come intuibile, sono puniti con pene decisamente più severe rispetto a quelli colposi (si pensi, ad esempio, all'uccisione volontaria con arma da fuoco -dolo- rispetto al decesso cagionato involontariamente in occasione di un sinistro stradale -colpa-).

Ciò che desta maggiore attenzione nella sentenza Thyssen riguarda, appunto, l’elemento soggettivo addebitato all'amministratore delegato Espenhahn, ovvero il dolo (gli altri imputati sono, infatti, chiamati a rispondere a titolo di colpa).

La sentenza Thyssen, per la prima volta, punisce a titolo di dolo le omissioni e le carenze nella tutela della sicurezza dei lavoratori in un evento di questa specie: ciò significa, quindi, ritenere che vi sia stata la volontarietà (nel significato di dolo eventuale come di seguito spiegata) dell’evento morte dei lavoratori, ed appare di immediato rilievo un tale tipo di contestazione.

In precedenza, infatti, i reati conseguenti alla mancata predisposizione di idonee tutele da parte del datore di lavoro sono sempre stati puniti a titolo di colpa, che, anche nella versione più grave -colpa cosciente o anche detta colpa con previsione- esclude qualsiasi margine di intenzionalità nella condotta. La colpa cosciente è un’aggravante che si ha quando il soggetto abbia agito pur prevedendo l’evento, ma escludendone la possibilità di realizzazione, non volendo né accettando il rischio che quel risultato si verifichi, nella convinzione o nella ragionevole speranza di poterlo evitare.

Il dolo eventuale, invece, sussiste quando il soggetto agente accetta la concreta possibilità, intesa come alta probabilità, che l’evento (morte) si verifichi quale conseguenza di un certo tipo di condotta (nel caso di specie, quale conseguenza della mancata predisposizione di misure di sicurezza a tutela dei lavoratori).

I giudici torinesi, sulla base delle risultanze del processo, hanno ritenuto che l’evento -il verificarsi di un incendio e di un conseguente incidente sul lavoro, anche mortale- fosse prevedibile stante le cattive condizioni dello stabilimento. Non solo: lo stesso era, secondo la Corte, contraddistinto da gravissime carenze strutturali ed organizzative sul versante delle misure di sicurezza antincendio, pianificazione delle emergenze, adozione di tutte le necessarie misure tecniche, organizzative, procedurali, formative ed informative in materia antincendio e di gestione delle emergenze, specie in confronto agli altri stabilimenti del gruppo, e di dette carenze era a perfetta conoscenza l’amministratore delegato della società.

In particolare, secondo quanto accertato durante il processo, mancavano tutta una serie di misure preventive, quali il certificato di prevenzione incendi, il piano di emergenza era del tutto inadeguato e non era stato oggetto di formazione ed informazione dei lavoratori i quali, quindi, non potevano essere in grado di gestire le emergenze, mancava qualsiasi impianto di rilevazione e spegnimento automatico degli incendi, che avrebbe evitato o, quantomeno ridotto le dimensioni dell’evento, e la pulizia negli stabilimenti era stata ridotta negli anni lasciando gli impianti fatiscenti (i pavimenti erano intrisi d’olio e vi era carta sparsa per terra, cosa che ha contribuito all’alimentarsi dell’incendio).

A quanto sopra, è stato aggiunto che i vertici aziendali erano assolutamente a conoscenza di tali carenze, anche in ragione di un precedente incidente verificatosi nel 2006 in Germania, che, tuttavia, non aveva indotto i vertici ad adottare i necessari interventi nello stabilimento di Torino, poiché -secondo la Corte- ormai prossimo alla chiusura: è proprio in tale ultimo passaggio che la Corte ha individuato l'elemento soggettivo del dolo a carico dell’amministratore delegato, poichè nonostante egli fosse a conoscenza della gravità delle condizioni in cui versava lo stabilimento torinese, stante le sue competenze e la sua conoscenza dell’azienda, egli, nel perseguire lo scopo della riduzione dei costi per uno stabilimento prossimo alla chiusura, ha accettato il rischio che quanto rappresentato (morte) si verificasse, e l’ha accettato, rendendosi in tal modo passibile di omicidio volontario.

In sostanza, l'amministratore delegato si sarebbe rappresentato la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi di un incendio e di un incidente anche mortale sulla linea 5, e non intervenendo con gli investimenti necessari ne ha effettivamente accettato il rischio; aggiunge la Corte che “Espenhahn, come tutti gli altri imputati, nutriva dentro di sé la speranza che nulla accadesse, ma la speranza per essere determinante deve essere caratterizzata dalla ragionevolezza”.

Un secondo elemento di rilievo della sentenza riguarda il fatto che, per la prima volta presso il Tribunale di Torino, un’azienda è stata sanzionata a titolo di responsabilità amministrativa ai sensi del decreto legislativo 231/2001 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica) per i reati di omicidio e lesioni colpose commessi in violazione delle norme poste a tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, fattispecie introdotta nel suddetto decreto poco prima del verificarsi dei fatti: tale legge ha introdotto sin dal 2001 la cosiddetta responsabilità penale dell'impresa, prevedendo sanzioni economiche ed interdittive (ad esempio, la sospensione dell'attività), peraltro anche molto elevate, in caso di commissione di reati di diversa tipologia (dai reati contro la Pubblica Amministrazione, sino a quelli ambientali e, appunto, in ambito di sicurezza sul lavoro), di cui continuano, tuttavia, a penalmente risponderne in via personale gli autori materiali del reato.

In sostanza, il d.lgs. 231\2001 prevede sanzioni direttamente in capo all'azienda allorquando alcuni dei suoi componenti commettono reati anche solo indirettamente a beneficio dell'azienda stessa, come sarebbe accaduto, secondo il Tribunale, nel caso Thyssen (aver risparmiato dei fondi aziendali in occasione della violazione di norme in materia di sicurezza), con la conseguente condanna della stessa a sanzioni molto elevate, tra cui la confisca di € 800.000,00, costituenti il profitto del reato, ovvero l’importo che la società ha risparmiato omettendo l’installazione degli impianti necessari alla sicurezza la cui mancanza ha determinato la morte dei 7 operai.

Ciò rileva in quanto il rischio che l’azienda corre omettendo le necessarie cautele in materia di sicurezza non si riverberano solo sulla responsabilità penale dei propri vertici e, civilisticamente, sull'eventuale obbligo di risarcire il danno (nel caso Thyssen, avvenuto per alcuni milioni di Euro), ma coinvolgono le casse aziendali anche in forma indiretta, facendo rispondere penalmente la stessa con elevatissime sanzioni: il tutto con il fine, perseguito dal legislatore, di indurre gli imprenditori ad adottare tutti i necessari e possibili strumenti onde evitare il verificarsi di eventi come quello dell'acciaieria tedesca.

La sentenza torinese ha suscitato clamore quasi al pari dell'evento che ne costituisce l'oggetto, e non è venuta meno a considerazioni anche “forti” da parte degli operatori del diritto e dell'imprenditoria.

Il Pubblico Ministero del processo, dott. Raffaele Guariniello, a seguito della sentenza ha sostenuto che “Penso che la sentenza influirà sui ragionamenti dei manager nei consigli di amministrazione. Immagino che dicano: << Non si scherza più, si rischia davvero di andare in carcere>>, e che si dicano di fare più attenzione alla sicurezza ed alla salute dei lavoratori. Adesso i lavoratori si sentiranno più tutelati e le aziende investiranno di più in sicurezza”.

Dall'altra parte, tuttavia, il Presidente dell'Unione Industriale di Torino -dott. Gianfranco Carbonato-, pochi giorni dopo la sentenza, ha evidenziato che “l’aspetto doloso del reato è forse l’elemento davvero sconcertante della sentenza...Non mi risulta sia mai stata formulata alcuna ipotesi dolosa anche quando un incidente sul lavoro, pur con gravissime conseguenze, sia avvenuto in luoghi di conclamata illegalità e di ‘lavoro nero’. E perfino nei giorni scorsi, nei confronti degli scafisti che hanno portato ad annegare poveri immigrati clandestini, i pm hanno proceduto per ‘omicidio colposo’”.

Se da un lato, quindi, la decisione torinese costituisce un monito per tutto il mondo imprenditoriale, altrettanto vero è che ciò che eccezionalmente è accaduto nel 2007 alla Thyssen -e le conseguenze processuali derivatene- possano diventare una routine giudiziaria che, evidentemente, incute timore alle aziende e agli investitori, reali e soprattutto potenziali.

A parere di chi scrive, la sentenza non deve apparire rivoluzionaria o anti-impresa, ma essere valutata con cognizione precisa della peculiare situazione che i giudici torinesi si sono trovati ad affrontare: in particolare, infatti, ciò che probabilmente è più eccezionale della decisione Thyssen è, in primis, l'evento ancor più eccezionale -e quasi unico- che ne costituisce l'oggetto (uno stabilimento, a direi dei magistrati, praticamente abbandonato a se stesso e in cui sono morte, in poche ore, ben 7 persone), ed è probabilmente questo che ha indotto la Procura, prima, e la Corte D'Assise, poi, a ritenere sussistente l'elemento soggettivo del dolo e non la “solita” colpa.

Se letta in quest'ottica la sentenza non costituisce affatto un primo passo verso una generalizzata gogna imprenditoriale, bensì un monito nei confronti di quegli imprenditori che si disinteressano completamente della sicurezza e della vita dei propri addetti, come pare essere avvenuto, almeno secondo il tribunale piemontese, negli ultimi mesi nelle stabilimento Thyssen.

Sotto altro aspetto, inoltre, si confida e si ha ragione di ritenere che il messaggio lanciato dalla decisione in esame non verrà generalizzato ad ogni occasione di infortunio sul lavoro (tant'è che, infatti, ad oggi con si conoscono altre decisioni analoghe), e, quindi, gli imprenditori possono ragionevolmente ritenere che difficilmente verrà loro contestato o verrà accertata l'esistenza del dolo in occasione di infortuni, a condizione che abbiano provveduto ad adottare le necessarie (e forse anche solo minime) disposizioni in materia di sicurezza: viceversa, se, così coma pare essere avvenuto per la Thyssen, per mesi o addirittura anni non è stato speso neanche un centesimo per la sicurezza del proprio personale è evidente che il rischio di incorrere in una grave contestazione esiste ed esiste per una sua buona ragione.

 

Dott.ssa Cristina Lefons