Editoriale Dicembre 2012

Postato in Dicembre 2012

TELEFONIA MOBILE: REGOLE NUOVE, IMPOSTE VECCHIE

Cari lettori,

anche questo mese l’editoriale prende spunto da una problematica di cui lo Studio si è recentemente occupato, e che, dato l’oggetto, crediamo possa essere di interesse comune, anche in ragione di richieste di chiarimento ricevute da diversi clienti.

Parleremo, infatti, di telefoni cellulari, lo strumento che forse più utilizziamo nella nostra quotidianità, divenuto oramai indispensabile anche grazie alle evoluzioni tecnologiche che l’hanno reso un oggetto multifunzionale.

Più nello specifico, nel caso concreto ci siamo occupati dei costi dei telefonini, e, in particolare, sull’onda della più recente giurisprudenza di merito e di legittimità in materia, ci siamo domandati se abbia fondamento o meno la cosiddetta tassa di concessione governativa, che ogni mese i titolari di un abbonamento telefonico sono obbligati a pagare e che, soprattutto per le grandi aziende, costituisce un costo non certo irrisorio.

Il tema dei costi illegittimi relativi ai telefonini è già stato in passato oggetto di discussione su larga scala, ed ha avuto ampia risonanza; come forse ricorderete, infatti, nell’epoca della diffusione di massa dei cellulari e fino ad alcuni anni fa, con prassi in uso soltanto in Italia, all’acquisto della “banale” ricarica si pagava una quota fissa in più rispetto all’importo che veniva effettivamente accreditato sulla scheda (ad esempio, all’acquisto di una ricarica da € 10,00, solo € 8,00 erano di traffico telefonico). Si trattava del cosiddetto “costo di ricarica”, una percezione risultata poi del tutto indebita da parte delle compagnie telefoniche, che, in quanto tale, è stata successivamente abolita con Decreto Legge dell’anno 2007. Ora, infatti, all’acquisto della ricarica telefonica l’intero importo pagato viene accreditato quale traffico sul cellulare (quindi, seguendo l’esempio di cui sopra, a € 10,00 di ricarica ora corrispondono € 10,00 di credito telefonico).

Negli ultimi tempi, specie grazie alla sempre maggiore diffusione dei cellulari di nuova generazione (smartphones), che consentono, oltre alle normali funzioni telefoniche, la navigazione in internet, ed ai convenienti pacchetti all inclusive offerti dalle compagnie telefoniche, sempre più utenti, anche privati, hanno abbandonato il sistema della ricarica optando per l’abbonamento con tariffazione fissa mensile ed emissione della fattura.

A dispetto di quanto sembrava auspicabile a seguito dell’abolizione dei costi di ricarica, parrebbe che ancora oggi parlando di telefonini si debba parlare di percezioni indebite; questa volta però in tema di abbonamenti.

Parliamo, come accennato, della tassa di concessione governativa, ossia l’importo fisso di € 5,16 mensili per i privati ed € 12,91 per le aziende ed i professionisti, che coloro che hanno optato per la formula dell’abbonamento versano ogni mese col pagamento della fattura in relazione a ciascuna singola utenza telefonica.

Quello che ci siamo chiesti è se effettivamente, come sembrerebbe emergere dalle più recenti pronunce della giurisprudenza e dall’analisi da questa effettuata della normativa di riferimento, tale tributo sia legittimo o meno, ed in quanto tale non solo non dovuto, ma addirittura rimborsabile in quanto indebito, con le intuibili conseguenze che ne deriverebbero.

Il punto di partenza è la normativa: la tassa era nata come tributo a carico delle società telefoniche per ottenere la concessione all’utilizzo delle frequenze, e trova la sua fonte legittimante in alcune disposizioni normative che sono state profondamente modificate nel corso degli ultimi anni, ed è proprio da tali modifiche che discende l’apparente e, ad avviso di chi scrive, fondata, illegittimità della tassa in parola.

Più specificatamente, la normativa di riferimento è contenuta in un D.P.R. del 1972 che assoggetta al pagamento della tassa di concessione governativa alcuni provvedimenti ed atti amministrativi, tra cui “la licenza o documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione”, ossia i telefoni cellulari; correlativamente l’art. 318 del D.P.R. 156 del 1973 stabiliva l’obbligatorietà di ottenere apposita licenza per ogni singola stazione radioelettrica, sia emittente che ricevente il servizio di radiodiffusione. Quindi, semplificando, per poter utilizzare le frequenze, le compagnie telefoniche dovevano ottenere apposita licenza, che, in quanto atto amministrativo, era soggetto al pagamento della tassa di concessione governativa.

Ma per capire il perché dell’addebito all’utente si deve fare riferimento ad una norma successiva risalente al 1990, che ha sostituito a tutti gli effetti il contratto di abbonamento con la licenza detenuta dalla compagnia telefonica; quindi è l’utilizzatore finale, tramite l’abbonamento (che viene ad essere sostituito alla licenza), a dover versare la tassa di concessione governativa.

Ebbene, questo valeva fino al 2003 quando, nell’ottica di liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni ed in attuazione delle direttive comunitarie in merito, è stato introdotto il “Codice delle Comunicazioni elettroniche”, il cui art. 3 espressamente garantisce “i diritti inderogabili di libertà delle persone nell’uso dei mezzi di comunicazione elettronica, nonché il diritto di iniziativa economica ed il suo esercizio in regime di concorrenza nel settore delle comunicazioni elettroniche”.

Tale Codice ha espressamente abrogato l’art. 318 del D.P.R. 156 del 1973, eliminando quindi la necessità della licenza per le stazioni radioelettriche, ed ha conseguentemente fatto venir meno il presupposto normativo della Tassa di Concessione Governativa sui telefoni cellulari, svuotando di contenuto anche le altre norme in materia.

Infatti, se non è più necessario ottenere la licenza -stante l’abrogazione espressa della norma- automaticamente e correlativamente non dovrebbe essere più dovuto il pagamento della tassa dipendente dalla necessità di un atto di autorizzazione.

La privatizzazione del settore delle comunicazioni ha portato, quindi, da un sistema di concessioni (emanate nell’ambito di un rapporto pubblicistico, con una posizione di preminenza della Pubblica Amministrazione sui privati) ad un sistema di diritto privato, fondato sul contratto che presuppone una posizione di parità tra i contraenti. Pertanto, se il Codice delle Telecomunicazioni ha abrogato tacitamente tutta la normativa basata sul presupposto di un rapporto concessionario di tipo pubblicistico, conseguentemente è venuto meno il presupposto per l’applicazione della tassa di concessione Governativa. La fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica non è più proprietà esclusiva dello Stato, ed è così che cade il presupposto giuridico della legittimità della tassazione.

Ed è questo il ragionamento che è stato seguito da alcune Commissioni Tributarie che si sono, fino ad ora, pronunciate sul tema (in particolare la Commissione Tributaria Provinciale di Perugia, di Firenze, di Foggia, nonché, con due sentenze diverse, la Commissione Tributaria Regionale del

Veneto), giungendo ad affermare che tale tassa è illegittima ed in quanto tale non più dovuta.

Ovviamente l’Agenzia delle Entrate non è rimasta inerme davanti alla tendenza della giurisprudenza tributaria e, con una risoluzione del gennaio 2012, facendo perno sul dettato normativo che affianca alla licenza il “documento sostitutivo”, ha ribadito l’obbligatorietà del pagamento della tassa, sostenendo che il “Codice delle comunicazioni”, pur avendo abrogato esplicitamente l’art. 318, non ha intaccato l’obbligo di pagamento di cui al D.P.R. del 1972 di fatto non eliminato dall’impianto normativo di riferimento.

Ma le Commissioni Tributarie pronunciatesi in materia sono tutte concordi nel ritenere che la norma richiamata dall’Agenzia delle Entrate risulta completamente svuotata di significato nell’impianto normativo riformato, e contestano appieno l’obiezione dell’Agenzia, ritenendo che il passaggio dal regime pubblicistico al regime privatistico costituisce una nuova totale regolamentazione della materia e conseguentemente tutta la precedente disciplina basata sul presupposto della concessione risulta abrogata. Ed è questo il ragionamento che, peraltro, è stato fatto proprio anche dalla Corte di Cassazione nella sua sezione tributaria, chiamata a pronunciarsi sul tema, con una recente sentenza del giugno di quest’anno.

A nostro avviso, quanto sopra esposto evidenzia come l’attuale impianto normativo di riferimento non legittima più la debenza della tassa di concessione governativa.

A fronte di una normativa (forse ancora dubbia), la giurisprudenza, nella sua attività interpretativa, ha fornito i chiarimenti necessari e non sembra titubare: la tassa è illegittima ed in quanto tale non è più dovuta.

In conclusione, oltre a valutare di opporsi al pagamento di tale imposta, si può chiederne il rimborso per il passato? Seguendo quanto detto, e condividendo il ragionamento svolto dalla giurisprudenza, a nostro parere sussistono i presupposti per rispondere affermativamente a tale domanda.

Tuttavia, uno dei limiti che tale possibilità potrebbe incontrare è il termine decadenziale di 3 anni per poter esercitare il diritto al rimborso: quindi, semplificando, nell’anno 2012 si potrà richiedere il rimborso di quanto ingiustamente pagato a partire dall’anno 2009. Ma se è vero quanto si sostiene, stiamo parlando di quasi 10 anni di pagamenti indebiti e tre anni sono comunque un tempo ragionevole e, soprattutto per le aziende titolari di decine di utenze telefoniche, non è affatto da escludere l’opportunità di richiedere il rimborso delle somme precedentemente pagate.

Vi terremo aggiornati sull’argomento.

Dott.ssa Cristina Lefons