Editoriale Marzo 2013

Postato in Marzo 2013

E SE IL NOSTRO FUTURO FOSSE LA DECRESCITA ?

Cari lettori,

dopo alcuni editoriali dedicati ad argomenti prettamente giuridici, abbiamo deciso di affrontare un tema socio-economico, che offre spunti di profonde riflessioni, anche alla luce del recente risultato elettorale.

Soffermiamo la nostra attenzione -senza alcuna pretesa di esaustività- su una corrente di pensiero politica, economica e sociale denominata “Teoria della decrescita” (Sustainable Degrowth), elaborata da alcuni filosofi, letterati ed economisti (i principali esponenti sono Serge Latouche1, Joan Martinez-Alier2, Giorgos Kallis3… ), i quali hanno sviluppato un modello economico alternativo al sistema occidentale tradizionalmente fondato sull’aumento -all’infinito- della crescita e sulla sua misurazione attraverso il prodotto interno lordo (PIL).

In sintesi, i sostenitori di tale teoria pongono alla base della loro analisi un assunto -difficilmente non condivisibile- secondo cui il sistema economico attuale è errato in quanto postula la crescita infinta attraverso l’impiego e lo sfruttamento di risorse non rinnovabili e quindi esauribili (e di conseguenza limitate e scarse).

Il modello economico occidentale, pertanto, confondendo benessere con crescita economica, si limita a misurare quest’ultima, e ogni qual volta il PIL cresce assume che migliori anche il benessere dello Stato e dei suoi Cittadini.

Come è noto, la crescita di uno Stato si calcola attraverso la determinazione del valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese nel corso di un anno e destinati al consumo dell’acquirente finale: se la produzione ed i consumi di uno Stato nel corso di un anno sono superiori a quelli dell’anno precedente allora si dice che vi è crescita, con conseguente aumento del PIL.

Secondo la teoria della decrescita, invece, il PIL è -soltanto- un indicatore monetario (quantitativo) e, come tale, può misurare solo il valore economico degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro e, così facendo, misura il ben-avere, ma non il ben-essere della società.

In realtà, non tutte le merci, gli oggetti ed i servizi che si scambiano con denaro sono destinati a soddisfare un bisogno e, quindi, ad aumentare il benessere. Si pensi, ad esempio, ad un edificio mal costruito, che consuma 20 metri cubi di gas al metro quadrato all'anno per il riscaldamento, facendo crescere il prodotto interno lordo più di un edificio ben costruito che ne consuma 5: se da un lato i 15 metri cubi utilizzati in più rappresentano una merce -consumata- che, quindi, contribuisce alla crescita ed all’aumento del PIL, dall’altro non rispondono ad alcun bisogno, non hanno alcuna utilità (in altri termini, si tratterebbe di uno spreco) ed anzi costituiscono un danno perché contribuiscono a danneggiare l’ambiente ed a ridurre le risorse residue disponibili.

A riprova del fatto che il PIL non possa effettivamente considerarsi un indicatore del reale benessere di un popolo, occorre evidenziare che lo stesso cresce anche in ipotesi paradossali come quando si verifica un incidente o si acquistano psicofarmaci: è evidente, infatti, che un individuo che ottiene un risarcimento per danni fisici subiti a causa di un sinistro stradale e\o acquista farmaci per curare una depressione non possa considerarsi un soggetto che gode di benessere. Ma secondo lo schema classico il consumo del farmaco -monetariamente misurabile- crea crescita economica e altrettanto può dirsi del risarcimento in denaro del danno (malgrado le sofferenze fisiche e psichiche dell’infortunato).

La ricchezza prodotta dai sistemi economici -ed il relativo benessere che ne consegue- non consiste, quindi, per i fautori della decrescita, soltanto nel consumo di beni e servizi monetariamente misurabile, perché detta concezione di ricchezza non considera molti aspetti del vivere sociale, che, peraltro, sono palesi e condivisibili e incidono sulla qualità del nostro livello di vita: la salute degli ecosistemi, la qualità delle relazioni sociali, della politica, della giustizia, dell’equità sociale, l’accesso alle cure mediche, il grado di istruzione ecc.

In sintesi, il benessere di una società dipende da uno sviluppo economico orientato alla tutela delle risorse ed alla felicità della società.

I sostenitori della decrescita, inoltre, tengono a precisare che per “decrescita” non si intende una diminuzione del PIL tout court, ma una riduzione guidata della produzione e del consumo di merci che non generano utilità, ma che sono sprechi. Sul piano teorico -sostiene Latouche- si dovrebbe parlare di a-crescita più che di de-crescita. In effetti si tratta proprio di abbandonare una fede, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo» (ndr. Basate sul principio della crescita all’infinito) e puntare su tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso, creando occupazione in attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili, che ridurrebbero sia il consumo di risorse che stanno diventando sempre più rare (si pensi in particolare alle fonti fossili), che gli effetti negativi sugli ambienti che inevitabilmente ne derivano.

Di conseguenza, la decrescita non ha niente a che vedere con la recessione. Come affermato dall’italiano Andrea Bertaglio, “tra la decrescita e la recessione c'è un rapporto analogo a quello tra chi mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta per stare meglio e chi è costretto a farlo perché non ha abbastanza da mangiare”.

Secondo i sostenitori della teoria della decrescita, i suoi princìpi sono sintetizzabili in otto parole (“Circolo delle 8 R”): Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare e Riciclare.

Dire se si tratta di un’utopia, di un piacevole esercizio intellettuale e filosofico o di un concreto approccio alla gestione dei processi economici mondiali non spetta a noi che, invece, vorremmo semplicemente stimolare i nostri lettori informandoli -qualora non lo fossero- di una diversa idea di sviluppo che tenta di indicare una via alternativa alle politiche di puro consumo che caratterizzano gli attuali mercati occidentali.

Non possiamo, però, esimerci dall’osservare che i principi fondanti di detta teoria appaiono difficilmente non condivisibili. E se è pur vero che i sostenitori della decrescita vengono ancora marginalizzati, considerati idealisti e\o sognatori da parte dell’establishment economico tradizionale, tuttavia incomincia a crescere l’interesse a livello mondiale, tant’è che in marzo si terrà un convegno nella prestigiosa Università di Berkley.

Sostituire l’attuale modello economico tradizionale basato sul consumo e sulla commistione tra crescita e benessere con un nuovo modello, che ha come scopo l’incremento della qualità della vita della società e la salvaguardia dell’ambiente, è oggi per noi forse arduo almeno quanto è stato -per chi ci ha preceduto- abbandonare il sistema geocentrico per quello eliocentrico o accettare l’idea di vivere su una terra sferica e non piatta. Tuttavia, forse, occorre iniziare a valutare concretamente modelli alternativi di economia perché una cosa è certa: la terra, oltre ad essere sferica, non è inesauribile.

Dott. Denis Tartaglione

1 Professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi XI e all'Institut d'études du devoloppement économique et social (IEDES) di Parigi

2 Professore di Economia e storia economica presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia Ambientale, all'Università autonoma di Barcellona.

3 ICREA Research Professor at UAB (Universitat Autònoma de Barcelona). Social & Behavioural Sciences

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