Editoriale Aprile 2013

Postato in Aprile 2013

IL TRIBUNALE DI NAPOLI BOCCIA IL REDDITOMETRO !     

                                                                                                                                             

Cari lettori,

in questo articolo esamineremo lo scenario critico in materia di redditometro, ovvero lo strumento di accertamento del reddito rinnovato dal Decreto Ministeriale del 24/12/2012, che consente al Fisco italiano una determinazione indiretta del reddito “congruo” complessivo del contribuente, basata sulla capacità di spesa di quest’ultimo.

Come funziona il redditometro è noto ai più: il Fisco somma quanto speso nell’anno per immobili, ristrutturazioni, mutui, spese sanitarie private, assicurazioni, automobili, personale di servizio, consumi correnti su base statistica, etc., attingendo dalle banche dati di cui ha la disponibilità, ed in tal modo ottiene un ammontare di spesa ragionevolmente certo -salvo dati sbagliati o archivi non aggiornati-, che, paragonato al reddito dichiarato dal contribuente, non deve raggiungere una discrepanza maggiore del 20%.
Pertanto, qualora la determinazione sintetica del reddito superi tale soglia, l’amministrazione finanziaria è legittimata ad emettere un avviso di accertamento, ed il contribuente sarà tenuto a dimostrare che il mantenimento dei beni in suo possesso è finanziato da redditi non suscettibili di dichiarazione o, ad esempio, da elargizioni del coniuge o dei parenti, e non da redditi in nero.
In buona sostanza, la ratio è che se il contribuente ha potuto permettersi determinate spese, le avrà finanziate in qualche modo.

Molte sono state le polemiche e le critiche mosse al nuovo redditometro, con particolare riferimento all’onere della prova posto a carico del contribuente, che è chiamato a giustificare le spese che superano il 20% del reddito dichiarato, ed alla retroattività di tale strumento fino ai redditi relativi all’anno 2009, nonostante quanto affermato dalla legge n. 212/2000 che prevede che le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo.

I primi dubbi di legittimità costituzionale sono pervenuti dalla Adusbef, l’associazione in difesa dei diritti dei consumatori, che ha evidenziato come il nuovo redditometro violerebbe gli art 3, 24 e 53 della Costituzione, nonché lo Statuto dei diritti del contribuente, con la conseguenza che invece di contribuire concretamente alla lotta all’evasione ed all’elusione fiscale, otterrebbe l’effetto di un ulteriore aspro risentimento dei contribuenti “onesti”.

Tali polemiche hanno trovato il loro apice nel ricorso presentato da un pensionato, il quale ha chiesto al Tribunale di Napoli – Sezione distaccata di Pozzuoli di inibire all’Agenzia delle Entrate di controllare, analizzare e archiviare le proprie spese, in quanto -a suo dire-, da un lato, l’Agenzia verrebbe a conoscenza di ogni singolo aspetto della propria vita quotidiana, ledendo non già la sola riservatezza, ma la stessa libertà individuale come potenzialità di autodeterminazione, e, dall’altro, l’assenza di limiti di tempo consentirebbe alla medesima di costruire un archivio definitivo e periodicamente aggiornato di ogni singola scelta del contribuente.
Il Giudice partenopeo, dopo aver esaminato la richiesta del contribuente di accertamento e di conseguente tutela inibitoria dei propri diritti fondamentali, ha emesso l’ordinanza n. 250 del 20/02/2013, con cui ha precisato che:
- il principio di legalità ha storicamente la funzione fondamentale di tutelare il singolo rispetto alle prerogative del potere esecutivo e dell’amministrazione, ed in virtù di tale principio la pubblica amministrazione è titolare esclusivamente dei poteri conferitigli in modo non equivoco da specifiche disposizioni che attribuiscono, regolano e limitano il relativo potere;
- il principio di proporzionalità, che trova fondamento nell’art. 13 del Trattato dell’Unione Europea, vieta alla pubblica amministrazione di sacrificare la sfera giuridica dei privati al di là di quanto sia strettamente necessario per il raggiungimento dell’interesse generale, essendo richiesta proporzione tra i mezzi ed i fini perseguiti;
- la Costituzione è fondata sulla tutela della persona in quanto tale, cui è preordinato l’intero ordinamento giuridico;
- i diritti fondamentali godono della protezione dell’art. 2 della Costituzione e dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, motivo per cui non è ammissibile alcuna normativa che li sacrifichi, essendo tutt’al più consentita una loro mera compressione temporanea;
- fra i diritti fondamentali della persona rientra il diritto alla libertà personale e morale, come sancito dall’art. 13 della Costituzione e dall’art. 7 e 8 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, che tutelano il diritto di ogni persona al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni.
Alla luce di quanto sopra, il Tribunale napoletano ha ritenuto che il D.M. 24/12/2012 “è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo ai sensi dell’art. 21 septies della legge n. 241/1990 per carenza di potere e difetto assoluto di attribuzione”, atteso che il redditometro utilizza categorie concettuali ed elaborazioni non previste dalla norma attributiva; infatti, benché il D.P.R. n. 600/1973 preveda l’individuazione di determinate categorie di contribuenti, il decreto ministeriale non opera tale individuazione, ma sottopone indistintamente al controllo dell’amministrazione anche spese riferibili a soggetti diversi dal contribuente, per il solo fatto di essere appartenenti al medesimo nucleo familiare.
In particolare il citato decreto non individua distinti gruppi di contribuenti, ma opera, del tutto autonomamente, una differenziazione di tipologie di famiglie, suddivise in cinque aree geografiche, ricollocando all’interno di ognuna molteplici tipologie di contribuenti del tutto differenti fra loro, quali l’operaio, l’impiegato, il funzionario e il dirigente.
In buona sostanza, contrariamente a quanto previsto dal D.P.R. n. 600/1973, il decreto ministeriale utilizza i suddetti due parametri -il nucleo familiare e l’area geografica- come principali ed esaustivi, e non come criteri di completamento rispetto alle categorie di contribuenti.
Sotto altro aspetto, il Tribunale di Napoli – Sez. distaccata di Pozzuoli ha altresì osservato che il decreto ministeriale utilizza quale parametro per determinare le spese medie della famiglia l’attività dell’Istat, che nulla ha a che vedere con la specificità della materia tributaria, che deve invece indirizzare la sua indagine alla ricostruzione specifica di individualizzati profili dei contribuenti e non già alla ricostruzione di macrocategorie eterogenee.
In tal modo, il D.M. 24/12/2012 violerebbe -appunto- gli artt. 2 e 13 della Costituzione e gli artt. 1, 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, nonché l’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973, poiché attribuirebbe alla pubblica amministrazione il potere di raccogliere tutte le spese poste in essere dal contribuente e dalla sua famiglia, privandolo così del diritto ad avere una vita privata e a poter gestire autonomamente il proprio denaro e le proprie risorse.
Da ultimo, anche il diritto alla difesa ed il principio di ragionevolezza risulterebbero compressi dal nuovo strumento di accertamento del reddito, in quanto si obbligherebbe il contribuente a fornire la prova di aver speso meno di quanto risultante dalle predette medie Istat, ovvero di provare ciò che non si è fatto.
Conseguentemente, il Tribunale partenopeo, per mezzo della citata ordinanza, ha ordinato alla pubblica amministrazione di non intraprendere alcuna archiviazione o attività di conoscenza ed utilizzo dei dati relativi al ricorrente/contribuente, e di cessare, ove iniziata, qualsiasi attività di accesso e analisi dei dati, ordinandone la distruzione.

La pronuncia in esame ha richiamato l’attenzione di tutti i media, già interessati allo scenario delle polemiche infuocate in merito a tale strumento di repressione dell’evasione fiscale, anche se gli effetti pratici di questa ordinanza saranno al momento relativi, posto che l’ordinanza in esame è stata emessa da un Tribunale regionale nell’ambito di un giudizio riguardante il singolo caso di un singolo contribuente, e non avrà effetti cosiddetti erga omnes. E’ tuttavia innegabile la peculiarità di tale statuizione “a fare giurisprudenza”.
In risposta a tale pronuncia positiva, il direttore dell’Agenzia delle Entrate -Attilio Befera- ha dichiarato all’Ansa di voler fare appello, anche in ragione del fatto che molte delle spese che lederebbero la lamentata riservatezza sono proprio quelle che lo stesso contribuente inserisce nella dichiarazione dei redditi per ottenere determinate detrazioni.
Non si dimentichi, infine, che il sistema utilizzato dal redditometro, pur soggetto a tutte le critiche e a tutti i dubbi di legittimità sollevati dal Tribunale, è un sistema di mera verifica ed identificazione di possibili evasori, e non un accertamento o, peggio ancora, una condanna del contribuente.
Come qualcuno ha osservato, si potrebbero certo individuare altri sistemi alternativi, quali ad esempio il sorteggio o l’individuazione random dei cittadini evasori. Ma in tal modo, verrebbe rispettata la privacy e la Costituzione, o, meglio, si riuscirebbe nell’intento della lotta all’evasione fiscale?

Dott.ssa Carlotta Graziano