CASO ILVA

Postato in Giugno 2013

CASO ILVA

Impresa, lavoro, salute e ambiente: una tutela costituzionale da bilanciare

Le cronache giudiziarie e politiche del caso Ilva hanno occupato e continuano ad occupare i canali di informazione del nostro Paese, ed hanno suscitato un ampio dibattito politico e sociale negli ultimi mesi, anche in ragione delle conseguenze che il caso ha comportato e potrà ulteriormente comportare sul tessuto socio-economico italiano.
Dopo il sequestro nell’estate scorsa di alcune aree dello stabilimento di Taranto, si è sviluppato un ampio dibattito alimentato anche dalla rapida successione di provvedimenti giudiziari e di interventi del governo, sfociati nel Decreto Salva Ilva (Decreto Legge n. 207 del 03\12\2012), recentemente posto al vaglio della Corte Costituzionale dalla magistratura tarantina che, proprio alcuni giorni fa, ha intrapreso un’ulteriore iniziativa nei confronti dell’acciaieria pugliese, dissequestrando una riserva di acciaio per circa 800mila euro.
Qualche giorno prima la Corte Costituzionale, con sentenza n. 85\2013, si era pronunciata sulla legittimità costituzionale di alcuni passaggi del Decreto, respingendo le doglianze di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Taranto, concludendo con l’affermazione di alcuni principi di interesse non soltanto giuridico, ma anche -e soprattutto- di rilievo sociale, economico ed etico.
Senza pretesa di esaminare esaustivamente la vicenda Ilva (che richiederebbe pagine e pagine di premesse ed argomentazioni), abbiamo comunque deciso di dedicare questo nostro Editoriale ad una questione che non solo riveste carattere di interesse locale con possibili ripercussioni sull’intero nostro tessuto economico, ma anche cercando di offrire un punto di vista diverso che l’informazione giornalistica di “prima linea”, ad avviso di chi scrive, non ha quasi mai fornito in questi mesi di cronaca.


L’articolo 1 del Decreto Salva Ilva (promulgato dopo il sequestro dello stabilimento e predisposto sostanzialmente ad hoc per l’acciaieria pugliese), prevede che, presso gli stabilimenti dei quali sia riconosciuto l’interesse strategico nazionale da parte del Presidente del Consiglio e che occupano almeno duecento dipendenti, l’esercizio dell’attività di impresa, quando sia indispensabile per la salvaguardia dell’occupazione e della produzione, possa continuare per un tempo non superiore a 36 mesi, anche nel caso in cui sia stato disposto il sequestro giudiziario degli impianti, nel rispetto delle prescrizioni impartite con autorizzazione integrata ambientale, al fine di assicurare la più adeguata tutela dell’ambiente e della salute secondo le migliori tecniche disponibili.
La norma, evidentemente, è stata predisposta dal legislatore con il fine di salvaguardare, da un lato, l’ambiente e la salute delle migliaia di persone coinvolte dalla vicenda e, dall’altro, di preservare comunque anche il diritto al lavoro delle stesse persone o, quantomeno, del tessuto economico in cui sono inserite (si ricorda infatti, a mero titolo esemplificavo, che lo stabilimento Ilva occupa una superficie pressoché identica all’intero comune di Taranto).
Il Decreto, come noto, ha suscitato non poche polemiche in ambito giudiziario, ma anche in quello politico e delle parti sociali, rilevando, secondo alcuni, l’inopportunità di un provvedimento finalizzato a salvaguardare un’attività di impresa, tacciata di essere dannosa e pericolosa per ambiente e salute: secondo l’opinione di molti, infatti, il diritto alla salute ed il rispetto dell’ambiente avrebbero carattere preliminare (e preminente) rispetto a qualsiasi altro diritto o interesse, ragion per cui il Decreto è stato visto da molti come una decisione ingiustificata, anche perché in grado di creare un precedente pericoloso.
Anche sulla scorta di tali considerazioni, il Tribunale di Taranto ha ritenuto necessario sottoporre all’esame della Corte Costituzionale la presunta illegittimità del provvedimento legislativo di dicembre 2012, eccependo l’asserita violazione del principio costituzionale di eguaglianza (poiché, a dire della magistratura tarantina, il Decreto introdurrebbe una discriminazione fra i cittadini tutti esposti ad emissioni inquinanti, a seconda che gli stabilimenti dai quali provengono le emissioni siano o no dichiarati di “interesse strategico nazionale” oppure no) e quello del diritto fondamentale alla salute ed all’ambiente salubre, in quanto il Decreto consentirebbe l’esercizio dell’iniziativa economica privata con modalità tali da recare danno alla sicurezza ed alla dignità umana.
La Corte Costituzionale, quindi, è stata a chiamata a rispondere su una vicenda tanto delicata quanto delicate sono le questioni alla stessa sottoposte, ed è stata preposta a valutare il rapporto costituzionale fra diritti certamente tutti costituzionalizzati (lavoro, salute, ambiente), ma -ad avviso dei giudici pugliesi- in apparente contrasto fra di loro nel caso Ilva, con necessità, sempre secondo questi ultimi, a ritenere prevalenti i diritti alla salute ed all’ambiente salubre, con ulteriore conseguente necessità di dichiarare costituzionalmente illegittimo il Decreto Salva Ilva.
Al riguardo non c’è dubbio, infatti, che la nostra Costituzione tuteli la salute, l’ambiente, l’impresa ed il lavoro, ma, nondimeno, questi valori possono talvolta entrate in qualche relazione pericolosa fra di loro; in particolare, l’impresa, da un lato, e la salute e l’ambiente dall’altro.
Peraltro, già prima della Costituzione, il legislatore aveva ben chiaro che l’attività di impresa potesse entrare in conflitto con la tutela della salute, dal momento che gli artt. 216 e 217 del Regio Decreto 1265 del 1934 attribuiscono al Sindaco il potere di individuare punti di equilibrio tra queste due “polarità” fino addirittura a consentirgli, in presenza di un pericolo o di un danno, di inibire la continuazione di una certa produzione.
Nulla di nuovo, però, per la nostra carta costituzionale, che, in ragione della complessità sempre crescente della società, rende necessaria un’opera di bilanciamento tra diversi, e spesso confliggenti, principi di parte di chi è chiamato, via via, a dar loro attuazione, ovvero le sfere politiche e la magistratura in primis, per la loro centralità nell’opera di attuazione del dettato costituzionale.
Ed è proprio sulla scorta di tali premesse che la Corte, con la citata sentenza n. 85\2013, ha dichiarato la piena legittimità costituzionale del Decreto Salva Ilva, operando un esame di bilanciamento ragionevole fra i diversi valori costituzionali in gioco.
Nella sentenza si legge, infatti, che “la ratio della disciplina censurata consiste nella realizzazione di un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, in particolare alla salute (Art. 32 Cost.), da cui deriva il diritto all’ambiente salubre, al lavoro (art. 4 Cost.), da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali ed il dovere delle istituzioni pubbliche di spiegare ogni sforzo in tal senso. Tutti i diritti fondamentali della Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri”, ovvero, continua la Corte, la tutela deve essere sempre “sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra di loro”.
I Giudici delle Leggi, inoltre, evidenziano in conclusione che “per le ragioni esposte, non si può condividere l’assunto del rimettente giudice per le indagini preliminari, secondo l’aggettivo “fondamentale”, contenuto nell’art. 32 Cost., sarebbe rilevatore di un “carattere preminente” del diritto alla salute rispetto a tutti i diritti della persona. Né la definizione data da questa corte dell’ambiente e della salute come “valori primari” implica una “rigida” gerarchia tra diritti fondamentali”.
    Secondo la Corte, pertanto, il Decreto Salva Ilva, nella sua sostanza di provvedimento adottato in una situazione di estrema urgenza, ha realizzato un ragionevole bilanciamento tra il diritto alla salute ed alla massima occupazione, senza aver però così determinato alcuna immunità per l’Ilva (né per il passato, né per il futuro), e, soprattutto, senza aver influito sui procedimenti penali in corso, né, tantomeno, sulle attribuzioni costituzionali proprie della magistratura: in sostanza, quindi, il provvedimento è stato assunto in una situazione del tutto particolare, previo bilanciamento dei diversi diritti ed interessi in gioco e senza prevaricare l’attività propria del potere giurisdizionale.
    La Corte Costituzionale ha così fatto proprio il principio del cosiddetto “diritto mite”, che prende spunto da un’opera del noto costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, secondo cui la coesistenza di principi e valori sulla quale, necessariamente, una Costituzione è fondata, richiede che ciascuno di tali valori e principi sia assunto non in una valenza assoluta, bensì in modo compatibile con gli altri con cui deve convivere: più precisamente, pertanto, la coesistenza di due o più diritti costituzionalmente garantiti non può giustificare la necessaria esclusione di quello o di quelli meno prevalenti, bensì è necessario (quantomeno tentare di) bilanciare tutti i diritti in gioco.
    E ciò è esattamente quello che la sentenza n. 85\2013 della Corte tenta di fare, evidenziando che nel Decreto Salva Ilva il legislatore non solo ha effettuato un bilanciamento tra i diritti costituzionali fondamentali, ma ha effettuato un ragionevole bilanciamento: in fondo, scrive la Corte, “tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri”.
    Certo è che se il diritto alla salute fosse completamente soppresso, anche in nome di un altro diritto fondamentale, allora la normativa sarebbe sicuramente illegittima costituzionalmente, ma, secondo i Giudici delle Leggi, non è questo il caso dell’Ilva.


§§§


   Il dibattito sul caso Ilva sicuramente non è stato sopito dalla decisione della Corte Costituzionale, parzialmente messa in ombra, peraltro, dal recente imponente sequestro di beni al gruppo Riva ed alle conseguenti dimissioni del CdA, ma ha segnato un punto di svolta non solo per la vicenda in sé, per la città di Taranto e per l’indotto produttivo dell’acciaieria, ma anche perché ha creato un precedente di sicuro interesse giuridico, ma anche e soprattutto socio-economico.
    E’ stato perseguito l’intento di trovare un punto di equilibrio tra i diritti in questione, magari non accontentando nessuno, ma garantendo comunque la possibilità per un grosso centro industriale e, soprattutto, per le migliaia di famiglie che grazie allo stesso vivono, di non intraprendere una strada senza ritorno che certamente avrebbe condotto all’aggravamento di una situazione economica che, in special modo al sud Italia, stringe sempre di più le sue morse sul mondo del lavoro.
    E’ vero, infatti e secondo l’opinione di chi scrive, che la salute e l’ambiente sono diritti fondamentali imprescindibili, ma altrettanto vero è che la vita umana dipende non solo da questi due fattori, ma anche da quello principale di poter consentire di condurla dignitosamente questa vita umana, e, si sa, senza un lavoro è assai difficile poterlo fare.
    Non si dimentichi, al riguardo, ciò che, ad esempio, è accaduto nel Sulcis in Sardegna, sebbene per ragioni completamente diverse: una volta distrutto il tessuto lavorativo locale, si è in parte distrutta anche la vita delle persone e delle famiglie che lo componevano, e ciò, purtroppo, è la conseguenza che potrebbe derivare per le ancor più numerose famiglie che, per mezzo dell’occupazione garantita dall’Ilva, possono e potranno probabilmente anche in futuro, garantirsi un futuro lavorativo, qualora l’azienda dovesse o fosse stata definitivamente chiusa.
    Ciò non significa di certo avallare la possibilità di fare impresa sempre e comunque, anzi, ma ciò neppure è quello che la Corte Costituzionale ha voluto evidenziare, laddove, invece, ha proceduto al giusto contemperamento dei diversi diritti ed interessi in gioco.
    Nel contempo, la Magistratura è ripartita all’attacco (quasi come se fossimo in guerra e l’Ilva bisognasse chiuderla a qualsiasi costo) con il mega sequestro di beni, che, se non verrà in qualche modo sbloccato, impedirà di fatto la prosecuzione dell’attività. Ancora una volta l’autonomia dei poteri dello Stato -legislativo, esecutivo, giudiziario- che dovrebbe essere di garanzia per l’intero sistema, crea grossi problemi, soprattutto quando sussiste una sorta di incomunicabilità e addirittura di competizione tra gli stessi. I Sindacati dei Lavoratori hanno chiesto al Governo di convocare immediatamente il solito “tavolo”, ma hanno -come al solito- evitato qualsiasi critica alla Magistratura.
Siamo alle solite: …piove, governo ladro !
Ma questo è un altro discorso.

Avv. Massimiliano Marche