Parliamo di Parcelle?

Postato in Ottobre 2013

Parliamo di Parcelle?

Mi sono recentemente imbattuto in un articolo che tratta il tema delle parcelle degli avvocati, con particolare riferimento ai cosiddetti “grandi studi”; l’autore, partendo ed utilizzando -un po’ a sproposito- il concetto di dumping, trae lo spunto per sostenere che è in atto una caduta verticale delle parcelle.

Si legge che i clienti e le loro esigenze, sempre più legate a logiche di razionalizzazione dei costi, diventano il sole attorno al quale gli studi ruotano, e gli studi più blasonati concorrono in gare che li vedono aggiudicarsi mandati offrendo sconti che arrivano a sfiorare anche il 90% della base d’asta fissata dai clienti (già risicata di suo).

Dal mio punto di vista, la questione delle parcelle degli avvocati, intesa quale valutazione della ragionevolezza del compenso, è mal posta.

Occorre infatti fare un passo indietro, e chiederci, anzitutto, qual è il motivo prìncipe per cui ci si rivolge ad un legale: l’avvocato è ad-vocatus, chiamato a risolvere un problema che nasce dalla convivenza dei cittadini, che può essere di natura civile, penale o amministrativa.



Ora, la base di partenza nella scelta dell’avvocato deve essere quella di reperire un professionista capace, in grado, cioè, di risolvere al meglio le controversie che gli si pongono. Non si dimentichi, al riguardo, che l’intervento dell’avvocato ha conseguenze determinanti nella vita della persona-cliente (si pensi, ad esempio, alla macroscopica differenza tra una sentenza positiva ed una negativa, di assoluzione o di condanna, o ad un accordo che non comporti oneri per il cliente od uno che gli pregiudichi il futuro; oppure, ancora, ad un intervento in tema di famiglia che, se mal gestito, può rovinare in via definitiva i rapporti del cliente con i propri cari, la prole in primis. E che dire di un ordine di demolizione della propria casa ?).

La parcella, pertanto, deve essere considerata quale conseguenza di un lavoro ben fatto, nell’ambito di un tariffario stabilito a priori dalla legge. Tutto qui.

Pertanto, e tornando al motivo di questo articolo, la scelta di rivolgersi ad un avvocato piuttosto che ad un altro soltanto perché è disposto ad applicare una tariffa più bassa, è una scelta rischiosa che racchiude in se conseguenze potenzialmente molto pregiudizievoli.

Spesso ci si imbatte in soggetti che senza neppure conoscerci telefonano chiedendo: “Voi la separazione a quanto la fate ?”. E’chiaro che se si segue questo iter, e se il professionista accetta una così grave involuzione del mercato e snaturamento del ruolo, i risultati a carico dei clienti saranno ineludibili. Non si dimentichi, al riguardo, che è molto difficile per un avvocato fare un preventivo dettagliato ex ante, atteso che è quasi sempre impossibile sapere all’inizio la durata della controversia, i risvolti che potrà avere, ecc. (ad esempio, sarà necessario andare a giudizio, si potrà fare un accordo, e quando ?, quanti saranno i gradi di giudizio ?). Tutte queste variabili incidono enormemente sulla parcella, e quindi è indispensabile creare un rapporto fiduciario, che consenta all’avvocato di essere pagato dignitosamente ed al cliente di non avere sorprese.

Il nostro studio, tanto per essere anche questa volta un po’ autoreferenziali, ha cercato negli anni di risolvere il problema in due modi: il primo è quello di farsi conoscere all’esterno (posizionarsi), in quanto questo elemento consente al cliente di effettuare una scelta consapevole (di sapere, cioè, chi è il professionista che avrà di fronte); la seconda è quella di offrire pacchetti di consulenza preventiva, che, se ben utilizzati, possono consentire al cliente di risolvere una buona parte dei problemi prima del contenzioso e ad un costo predeterminato.

Tuttavia, mentre posso confermare la soddisfazione di tutti coloro che hanno sperimentato negli anni questa soluzione, non vi nascondo una certa riluttanza dei clienti ad accedere ad un servizio di questo tipo, in quanto la maggior parte delle persone e delle imprese -ahimè- si rivolge all’avvocato soltanto quando la controversia è già in atto (spesso ad uno stadio anche avanzato), considerando il legale come un male necessario da utilizzare il meno possibile. Come dico sempre io, vi è la stessa differenza tra chi fa gli esami del sangue tutti gli anni e chi si rivolge al medico soltanto quando la malattia è già in atto.
Avvocato Capello in biciConclusivamente, ritengo che la strada giusta sia quella di insistere nelle predette due soluzioni, con la ferma convinzione che nel tempo consentiranno un sensibile miglioramento del rapporto avvocato-cliente; di contro continuerò -sommessamente- a dissentire da quei professionisti che nei periodi “d’oro” (se mai torneranno) impongono parcelle elevate, e quando arriva la crisi “sono disposti a tutto”.

L’approccio etico, inteso anche quale correttezza intellettuale e consapevolezza di rendere un servizio professionale adeguato, è la sola strada, per il passato, ed a maggior ragione per il presente ed il futuro.

                                                 Un caro saluto a tutti. Avv. Marco Capello