IL "TURISMO PROCREATIVO"

Postato in Agosto 2014

Cari lettori,

recentemente ci siamo imbattuti in un articolo apparso su Diritto & Giustizia che ci ha fornito lo spunto per tornare su un argomento molto complesso e dibattuto -già oggetto di un nostro precedente articolo e che merita ulteriori riflessioni- ovvero il ricorso, per le coppie italiane che hanno problemi riproduttivi di varia natura, alle tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Come è noto in Italia, con l’introduzione della Legge 40/2004, tale forma di procreazione è enormemente limitata se non addirittura impedita, basti pensare alla fecondazione eterologa -la procreazione assistita con ovuli e spermatozoi di persone estranee alla coppia-  o alla fecondazione surrogata  -con cui una donna assume l’obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una coppia sterile ed alla quale si impegna a consegnare il nascituro- che sono espressamente vietate.

 

 

Se è vero che detta Legge nel corso degli anni, anche a seguito di varie pronunce delle Corti di Giustizia, ha perso alcune delle sue limitazioni originarie -consentendo a molte coppie di trovare una soluzione adeguata ai loro problemi di fertilità- ancora molte sono le coppie costrette a fare le valigie verso quelle mete ove tali tecniche sono consentite.

Spagna, Ucraina, Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Israele, per citarne alcuni, sono paesi in cui le citate tecniche sono legali e largamente diffuse, e, pertanto, meta di molte coppie italiane che decidono di ricorrervi.

Un articolo pubblicato dall’Osservatorio sul turismo procreativo, ente appositamente creato per studiare il fenomeno, ne ha evidenziato la portata: sono stati raccolti i dati provenienti da 46 centri di procreazione medicalmente assistita di alcuni paesi europei in cui la tecnica è consentita, ed è stato stimato che un numero compreso tra 11.000 e 14.000 pazienti attraversa ogni anno i confini del proprio paese per recarsi all’estero alla ricerca di una cura per il problema dell’infertilità, ed il numero più cospicuo di pazienti è costituito da italiani, che da soli rappresentano il 31,8% del campione. Secondo tali stime, dunque, è possibile desumere che ogni anno ci sono tra i 3.500 ed i 4.500 italiani che decidono di affrontare un viaggio alla ricerca di un figlio.

Ora, questo fenomeno migratorio, che ad oggi rappresenta l’unica alternativa per le coppie italiane che vogliono ricorrere alla fecondazione eterologa o alla maternità surrogata, e vedere così  soddisfatto il loro desiderio di diventare madre o padre, presenta svariate problematiche a partire dal notevole costo economico (per l’Ucraina per esempio servono circa 50.000 euro), dal problema della lingua, a cui si aggiunge lo stress già causato dalla necessità di dover ricorrere ad un aiuto tecnologico per concepire un figlio.

A complicare il tutto (e potremmo aggiungere “oltre al danno anche la beffa”) vi è poi un aspetto propriamente giuridico ed in qualche modo successivo -per lo meno cronologicamente- a quanto sopra descritto, verificato a danno di alcune coppie che avevano deciso di ricorrere alla tecnica della fecondazione surrogata ed accaduto al momento della richiesta della trascrizione nei Registri di Stato Civile dell’atto di nascita in Italia.

Il caso -per citarne uno dei tanti- è il seguente: due coniugi triestini, la cui donna non avrebbe potuto portare a termine la gravidanza, si sono recati in Ucraina al fine di ricorrere alla tecnica di maternità surrogata, pratica ivi legalmente praticata, e successivamente l’ambasciata d’Italia a Kiev ha indirizzato al Comune di Trieste, per conto dei due coniugi, gli atti di nascita dei due gemellini di cui si richiedeva la trascrizione nei relativi registri. Venivano però sollevate perplessità al riguardo, stante il ricorso a tale metodo di procreazione non consentito nel nostro paese, e venivano avviate le indagini da parte della Polizia Giudiziaria. Dalle indagini emergeva che i due gemellini erano nati con procreazione medicalmente assistita  all’estero e, nello specifico, trattarsi di maternità surrogata, e cioè i bambini erano nati da un’altra donna  che aveva gestito la gravidanza ed il parto.

Ne scaturiva l’accusa di aver consegnato all’Ambasciata certificati ritenuti ideologicamente falsi, poiché in essi la donna veniva indicata come madre dei due gemellini, contrariamente a quanto previsto dall’ordinamento italiano che prevede come madre solo colei che ha partorito il bambino.

La contestazione ha preso le mosse da una vecchia norma, per l’occasione riesumata e che era molto in voga ai tempi in cui si facevano fare i figli alla “serva”, ovvero l’art. 567 c.p., che, al comma 2, punisce con pene da 5 a 15 anni ogni falsa certificazione di nascita.

Il giudice adito, chiamato a pronunciarsi sull’effettiva realizzazione di tale ipotesi criminosa, si è però espresso in senso negativo (e così molte successive pronunce che sono susseguite) riscontrando la perfetta liceità di tale tecnica nel paese ove la coppia si era recata.

Infatti dalla disamina del Decreto del Ministero della Salute dell’Ucraina, emesso allo scopo di “migliorare l’assistenza sanitaria della popolazione nel trattamento di sterilità assistita utilizzando tecniche di riproduzione”, il Giudice ha potuto constatare la praticabilità della maternità c.d. surrogata sia omologa che eterologa in tale paese. Il Decreto disciplina espressamente le caratteristiche della coppia, la documentazione medica che essa deve presentare, le caratteristiche della madre surrogata, il negozio che così viene posto in essere, ivi compresa la rinuncia della partoriente ad alcuna pretesa sul bambino nato con quel tipo di concepimento. Al termine della procedura, il nato viene considerato a tutti gli effetti figlio della coppia contraente, anche se nel caso di specie solo l’uomo è il padre naturale, e in conformità a ciò l’Autorità ucraina rilascia il certificato di nascita.

Il ragionamento condotto dal Giudice, volto ad escludere la sussistenza di tale reato, ha preso le mosse dal fatto che i certificati di nascita, proprio perché conseguenti ad una tecnica legalmente praticata nel paese dove è avvenuta, non potevano essere considerati ideologicamente falsi apparendo, pertanto, del tutto carente l’elemento psicologico del reato, caratterizzato dalla sussistenza del dolo generico, e cioè la piena consapevolezza della falsità della dichiarazione o certificazione e della precisa volontà di effettuarla.

La norma infatti prevede e punisce chi certifica o attesta il falso nel momento in cui viene compilato l’originale dell’atto di nascita, intendendo per certificazioni le falsità ideologiche commesse dal Pubblico Ufficiale nella formazione dell’atto di nascita, mentre per attestazioni le dichiarazioni di nascita rese all’Ufficiale di Stato civile dal padre, dalla madre o da altre persone a ciò autorizzate.

La conclusione è dunque che i due genitori, il cui contributo si è limitato alla semplice richiesta di trasmissione di un certificato di nascita, validamente formatosi all’estero, non hanno posto in essere alcuna delle condotte sopra indicate.

Ancora, a sostegno di quanto sopra, occorre rilevare che in base alla legge italiana di riforma di diritto internazionale privato n. 218/95, l’accertamento del rapporto di filiazione va condotto in base alla legge nazionale del luogo di nascita del bambino; di conseguenza, tenendo presente il caso di specie sopra esaminato, in base alla legge ucraina, richiamata dalla norma di conflitto italiana, è applicabile il sistema di attribuzione della maternità disposto da tale ordinamento, che non vieta la maternità surrogata.

 L’art. 16 poi, a tutela dei principi fondamentali del nostro ordinamento, consente l’applicazione della legge straniera in Italia a meno che i suoi effetti non siano contrari all’ordine pubblico, e le varie Corti chiamate a pronunciarsi sulla questione hanno tutte respinto una tale eventualità, prendendo in considerazione sia l’assenza di un contrasto con principi fondamentali, sia l’interesse superiore del minore. Anche il regolamento CE n. 2201/2003, all’art. 23, stabilisce espressamente che la valutazione della non contrarietà all’ordine pubblico, in tali casi, debba essere effettuata tenendo conto dell’interesse superiore del figlio.

In quest’ottica, non pare esservi dubbio nel concludere che una volta che il contratto di maternità surrogata ha avuto esecuzione e il bambino è nato, ciò che è veramente indispensabile è continuare ad assicurare i genitori che ha avuto dalla nascita ed in ciò sembra poter essere formulata la valutazione di non contrarietà all’ordine pubblico.

In conclusione, possiamo notare come, anche in paesi come il nostro dove il ricorso a tali prassi non è consentito, sembra essere stata avvertita la necessità di giungere a conclusioni in grado di assicurare, innanzitutto, l’interesse del minore.

La scelta legislativa effettuata, infatti, non sembra poter condurre all’inapplicabilità di un provvedimento straniero, che non fa altro che riconoscere una prassi che in altri paesi è pacificamente ammessa e seguita da molte coppie.

E’ indubbiamente difficile poter dare un parere sulla questione; nella valutazione entrano in campo diverse convinzioni, in primis etiche e morali, ma anche di opportunità e di eguaglianza.
E’ però evidente la necessità che, in un’Europa che si presume unita, nel mezzo di un processo di integrazione che dovrebbe portarci ad un avvenire condiviso, è inconcepibile che esistano disuguaglianze così manifeste e marcate tra singoli, e spesso confinanti, Paesi, con tradizioni ed un futuro comune.

Sarebbe quindi auspicabile, a parere di chi scrive, un intervento a livello europeo che uniformasse la legislazione dei vari Stati appartenenti all’Unione; l’obbiettivo da porsi è che in un futuro non troppo lontano questa forma di “turismo procreativo”, che sottopone ed obbliga migliaia di persone ad immani ed ingiusti travagli personali ed economici, possa vedere finalmente la fine.

Avv. Virginia Nalersi