IL DIRITTO DI CONOSCERE LE PROPRIE ORIGINI

Postato in Ottobre 2014

Cari lettori,

l’editoriale di questo mese prende le mosse da una recente pronuncia della Corte Costituzionale, con cui è stata affrontata la questione del confine tra il diritto del genitore biologico alla riservata e all’anonimato, e il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini.

 

Nel caso di specie una donna, nata nel 1963 e adottata nel 1969, esponeva  al giudice del Tribunale Minorenni di Catanzaro di essere venuta a conoscenza della sua condizione di “adottata” soltanto in occasione della procedura di separazione e divorzio dal marito, e che l’ignoranza delle sue origini le aveva cagionato diverse problematiche, tra cui alcune di ordine sanitario, limitandole la possibilità di una diagnosi per la cura di una patologia che avrebbe dovuto comportare un’anamnesi di tipo familiare. Da qui l’esigenza di conoscere le generalità della madre naturale.

 

Se da una parte esiste la volontà dell’adottata di accertare, a distanza di tempo, le proprie origini biologiche e di volgere uno sguardo ad un passato che, se pur lontano, può essere significativo della propria persona e della propria identità, dall’altra occorre salvaguardare la volontà di chi -nel caso la madre biologica- al momento del parto abbia manifestato la precisa volontà di non essere menzionata nell’atto di nascita.

Al di là delle considerazioni di carattere morale che intorno alla questione possono svilupparsi, occorre dapprima specificare cosa dica al riguardo la legge, poichè se da un lato si tratta di una tematica “affascinante” per chi è semplice spettatore, dall’altro si tratta di un aspetto molto delicato per chi è direttamente coinvolto, l’adottato in primis.

La legge sulle adozioni, a seguito di una recente modifica, prevede oggi il diritto dell’adottato di essere sempre informato della sua condizione di “adottato” e di poter accedere alle informazioni sulle proprie origini. I genitori sono tenuti ad informare il figlio del suo stato di “adottivo”, nei modi e con le accortezze che ritengono più opportuni, ma non possono sottrarsi a tale compito, costituendo per gli stessi uno specifico dovere. E vi è di più. Infatti, secondo numerose correnti di pensiero, sarebbe auspicabile non solo l'assolvimento di tale dovere da parte della famiglia adottante, ma altresì la scelta di favorire i rapporti con la famiglia di origine, per evitare il pregiudizio che deriverebbe dal completo sradicamento del minore dal suo passato (in tal senso si è anche orientata la recente riforma della filiazione che, mediante l'art. 315 bis, annovera tra i diritti del minore quello di mantenere rapporti significativi con i propri parenti, primi tra tutti i genitori).

La norma prosegue prevedendo che i “nuovi” genitori possano entrare in possesso di informazioni relative all’identità dei genitori biologici qualora gravi e comprovati motivi fondino un loro interesse in tal senso. Inoltre, la facoltà di conoscere le proprie origini e identità biologiche è riconosciuta all’adottato che abbia raggiunto i 25 anni di età, previa autorizzazione dell’organo competente.

Il bisogno di conoscenza rappresenta, infatti, un fatto naturale che nasce spontaneamente dalla persona che non conosce aspetti essenziali del suo passato, senza per questo mettere in discussione i meriti dei genitori adottivi soppiantandoli o sminuendo il loro ruolo.

Tale facoltà incontra però un limite, oggetto della vicenda che stiamo analizzando, sancito dall’art. 28, comma 7 della summenzionata normativa, il quale dispone che non è consentito all’adottato di accedere alle informazioni sulla propria origine biologica qualora: a) non vi sia stato l’apposito riconoscimento da parte della madre naturale; b) vi sia stata una precisa dichiarazione di volontà, anche da parte di uno solo dei genitori biologici, a non essere nominato; c) uno dei genitori biologici abbia prestato il proprio consenso all’adozione condizionandolo però al suo rimanere anonimo.

A tale proposito, il Tribunale per i Minorenni solleva una serie di questioni di legittimità costituzionale della normativa di cui sopra nella parte in cui esclude la possibilità di autorizzare la persona adottata all’accesso alle informazioni sulle origini senza avere previamente verificato la persistenza della volontà di non voler essere nominata da parte della madre biologica.

Le questioni di incostituzionalità che si sono aperte di fronte a tale disposizione, sono principalmente tre.

Si eccepisce, anzitutto, l'incostituzionalità della norma per presunta violazione dei principi sanciti dall’art. 2 della Costituzione, impedendo all’adottato di ricercare le proprie origini e dunque del diritto all’identità personale; la violazione con l’art. 3 in relazione all’irragionevole disparità di trattamento tra l’adottato nato da donna che abbia dichiarato la volontà di non essere nominata e l’adottato figlio di genitori che non abbiano reso alcuna dichiarazione; infine con l’art. 32 in ragione dell’impossibilità per il figlio di ottenere dati relativi all’anamnesi familiare, anche in relazione al rischio genetico.

L’esigenza dell’adottato di conoscere le proprie origini per completare la conoscenza della propria vita e della propria persona si scontra quindi con l’esigenza di rispettare la riservatezza e l’anonimato della madre che abbia voluto rimanere tale, principalmente per sottrarsi ai doveri derivanti per legge dalla maternità ed evitare altresì casi di interruzione di gravidanza o, nella peggiore delle ipotesi, infanticidio.

Nel caso di specie, ci si domanda però se tali interessi pubblici possano realmente essere messi in pericolo o sacrificati dalla possibilità di chiedere al genitore “anonimo”, in un secondo momento, se confermi o meno la sua volontà o  voglia invece rivedere la sua decisione e dare ascolto alle richieste\esigenze del figlio.

L'ordinanza del tribunale, posta al vaglio della Corte, muove essenzialmente su tali conclusioni: in merito alla presunta violazione dell’art. 2 cost. si fa presente come l'interesse alla conoscenza delle proprie origini costituisca un aspetto del più ampio diritto alla formazione della propria identità personale, che si realizza, riguardo all'adottato, con l'apprendimento dei dati essenziali per ricostruire la propria storia antecedente all'adozione. D'altra parte, anche il contrapposto diritto della madre all'anonimato assume pari importanza, in quanto costituisce un aspetto del più ampio diritto al segreto e alla riservatezza. Il provvedimento collegiale conclude  tuttavia con la considerazione che quest'ultimo non sarebbe posto in pericolo dalla previsione che la madre possa successivamente essere interpellata sulla permanenza del suo interesse a mantenere l'anonimato, il quale non potrebbe comunque venir meno senza il suo consenso.

Inoltre, in merito alla presunta violazione  dell'art. 3 cost., il Collegio continua evidenziando come il divieto assoluto allo svelamento dell'identità della madre naturale potrebbe anzi ritorcersi contro di lei, non consentendole più di avere notizie del proprio figlio, concludendo pertanto che il divieto di ricerca delle origini, posto in maniera così radicale, non trova alcuna giustificazione nella tutela dei due interessi contrapposti, ma, anzi, può risultare nocivo e discriminatorio rispetto ai figli di madri che non hanno operato tale scelta.

La Corte Costituzionale interpellata si è pronunciata per la parziale incostituzionalità dell'esaminata normativa, abbracciando in toto le considerazioni assunte dal Tribunale di Catanzaro, sopra descritte, pur assumendo una motivazione alquanto succinta e lacunosa.

Ciò dovrebbe fornire lo spunto, in primis al legislatore, per decidere di tornare sulla questione attuando una revisione dell'intera disciplina, tenendo conto dei vari rilievi che sono stati mossi, soprattutto al fine di meglio chiarire alcuni aspetti in materia ancora molto controversi.  

avv. Virgina Nalersi