LA RIFORMA (L’ENNESIMA DEL PROCESSO CIVILE): SARA’ VERA GLORIA ???

Postato in Dicembre 2014

Gentili lettori,

abbiamo recentemente esaminato la Relazione di Bruno Capponi all’incontro di studio su Quantità e Qualità della Giurisdizione, organizzato dalla Scuola superiore della Magistratura a Scandicci nel giugno 2014.

Dal 1990, ossia dalla legge n. 353 di riforme urgenti, si è assistito ad un sempre più disordinato succedersi di interventi, con la conseguenza che il codice di procedura civile è ora un testo a tratti inintelleggibile per chi non conosca la storia delle riforme.

L’obiettivo perpetrato, però, non appare quello di migliorare il sistema e l’efficienza della giustizia, ma semplicemente di ridurre drasticamente il numero di processi, rendendone l’accesso sempre più difficile e costoso.

Uno dei primi elementi che va nella direzione sopra individuata è l’abuso dell’ambigua categoria dell’ “inammissibilità” nei giudizi di appello e di cassazione, nel senso che l’affermazione della centralità della sentenza di primo grado “provvisoriamente esecutiva tra le parti” ha consentito, con l’autorevole avallo delle sezioni unite della Corte di Cassazione, l’affermarsi di un atteggiamento volto a sfavorire, in ogni possibile modo, la proposizione (e la decisione nel merito) delle impugnazioni.

Analogamente, la media-conciliazione quale filtro per l’accesso al giudice, reintrodotta dal decreto “del fare” dopo la nota bocciatura della Corte Costituzionale per eccesso di delega, tenta di smorzare l’accesso ai Tribunali confidando nella conciliazione tra le parti, che tuttavia, pur non disponendo oggi di dati numerici di lungo periodo, certamente non funziona, in quanto viene percepita come un intermezzo costoso e inutile, nell’ambito del quale nessuna delle parti è motivata a trovare un accordo, oltretutto in una fase dove le carte sono ancora “rigorosamente coperte”. La conciliazione, se veramente la si vuol far funzionare, deve essere praticata davanti al giudice, il quale è l’unico, dopo aver letto le difese -quantomeno quelle introduttive- delle parti, ad essere in grado di sottoporre un accordo che possa ritenersi soddisfacente per entrambe le parti.

Sotto altro profilo, altro elemento stonato tipicamente italiano è il fenomeno della sempre maggiore presenza, nei Tribunali e ora anche nelle Corti d’Appello, dei giudici onorari.

La giustificazione emergenziale di tali ingressi “laterali” (trattasi infatti di magistrati “arruolati”, che prestano attività pressochè gratuita con responsabilità enormi, e senza ricevere una formazione di base che è indispensabile per l’esercizio di un’attività così complessa e difficile), non fa certamente venir meno il dubbio di costituzionalità che è destinato ad aumentare quanto più cresca la relazione numerica tra giudici professionali e giudici onorari. Non si dimentichi, infatti, che l’art. 106 della Costituzione, nel suo riferimento ai “giudici singoli”, dispone che il giudice onorario non possa occuparsi di contenziosi delicati e qualificati.

Attualmente, è credibile ritenere che ai giudici onorari sia riservato più del 50% dell’intera giustizia civile.

La tendenza del legislatore, pertanto, sembra quella di restringere progressivamente l’accesso alla giustizia, prendendo atto di una diffusa opinione che vede nel ricorso al giudice -specie nelle fasi di impugnazione- la manifestazione di un “abuso”. Una variante di tale tendenza considera “giustizia” non soltanto quella amministrata dal giudice, ma anche quella in vario modo gestita dal mediatore, dal conciliatore, dall’arbitro, da sedi amministrative di varia natura, da “risolutori”.

Ritiene il sottoscritto, concordando in toto con l’esaminata Relazione, che non si può pensare che cambiando più o meno occasionalmente i tasselli del mosaico potremo costruire una diversa immagine della nostra giustizia civile. Oltretutto, le continue modifiche, mentre da un lato hanno semplificato i provvedimenti del giudice, specie la sentenza, dall’altro hanno reso sempre più complessa la stesura degli atti di parte, e gli avvocati devono anzitutto preoccuparsi di non commettere errori che potrebbero escludere la possibilità della decisione del merito (legittima aspirazione di ogni processo).

Gli avvocati, ormai, temono la norma processuale, diventata -con particolare riferimento alle impugnazioni- un ostacolo per l’accesso al giudice.

Oggi il governo Renzi propone una nuova riforma, il cui intento è quello di velocizzare i processi. Tuttavia, ancora una volta, lo strumento individuato per il raggiungimento dell’obiettivo è quello di spostare i processi al di fuori delle aule di giustizia.

Mi sovviene una considerazione facile ed estremamente banale al riguardo: è notorio che il primo grado di un giudizio civile necessita mediamente, per essere completato, di 5 udienze (in molti casi anche meno); se viene fissata un’udienza al mese ci vorranno 5 mesi, …se invece viene fissata un’udienza l’anno…

Sara quindi vera gloria ?

A sommesso parere di scrive, purtroppo no.

Ai posteri -comunque- l’ardua sentenza.

Un caro saluto.

Avv. Marco Capello