C'ERA UNA VOLTA UN PRINCIPE

Postato in Gennaio 2014

C’ERA UNA VOLTA UN PRINCIPE

Cari lettori,

il dott. Lorenzo Casavecchia, partendo da un fatto di cronaca noto, tratterà un tema giuridico piuttosto particolare, raramente affrontato e proprio per questo motivo decisamente interessante.

Sicuramente molti di voi avranno già sentito parlare del “caso Savoia”, che negli anni ‘70 vide il principe Vittorio Emanuele di Savoia al centro di una querelle giudiziaria internazionale in seguito alla morte del giovane cittadino tedesco, Dirk Hamer, a Cavallo in Corsica.

Il contesto nel quale si svolge la vicenda è quello del jet set europeo tra gli anni ’70 ed ’80, ed il palcoscenico è una delle isole più belle del Mediterraneo, Cavallo appunto. Qui, nell’estate del 1978, si trovavano i giovani e facoltosi protagonisti del caso, tra yachts, champagne e lussi.

Tre imbarcazioni erano ancorate, insieme, nella baia; tra queste il panfilo del Savoia e quello di un gruppo di giovani italiani, tra cui il medico romano Nicky Pende. La sera del 17 agosto, dopo una cena nel migliore ristorante dell’isola, il gruppo degli italiani prende in prestito il tender di Vittorio Emanuele, all’insaputa del principe, e torna sulla propria barca. Il Savoia, accortosi della sparizione del suo gommone e, stando alle testimonianze, decisamente alticcio, fa ritorno alla sua imbarcazione, prende il fucile americano M-1 che, leggenda vuole, gli era stato regalato dal dittatore filippino Marcos, e si presenta sullo yacht degli italiani, deciso a vendicare l’affronto subito.

 

 

Casualmente, il primo ad uscire da sottocoperta è Nicky Pende che, spaventato dall’aggressività del nobile italo-francese, reagisce; prende così vita una colluttazione, nel corso della quale dal fucile di Vittorio Emanuele partono due colpi. Uno dei proiettili vaganti, oltrepassata la vetroresina della terza imbarcazione ancorata, va a colpire ad una gamba l’incolpevole e dormiente Dirk Hamer, giovane figlio di un noto -e chiacchierato- medico tedesco.

I momenti che seguono, sempre stando alle testimonianze, sono estremamente concitati.

Dalla spiaggia i soccorsi tardano ad arrivare, i giovani cercano di tamponare l’emorragia di Dirk Hamer e decidono, infine, di portarlo con lo yacht al centro di soccorso di Cavallo. Vittorio Emanuele, nel frattempo, torna sulla terraferma.

Dirk Hamer viene successivamente trasportato a Marsiglia, dove gli viene amputata una gamba. Il padre, il medico tedesco Geerd Ryke Hamer, decide, contro il parere dei dottori francesi, di trasferirlo ad Heidelberg, in Germania, dove lo studente tedesco troverà la morte dopo 111 giorni di calvario e 14 operazioni subite.

Da questo momento ha inizio la vicenda giudiziaria.

Fin dal principio, Vittorio Emanuele di Savoia sostiene che a sparare, quella notte, sarebbero state due differenti armi da fuoco, e che a colpire Dirk Hamer sarebbe stata una pistola detenuta da un altro giovane presente sulle barche, e non la sua carabina.

Le indagini delle autorità francesi sono decisamente bizzarre: gli inquirenti commettono molte disattenzioni, le imbarcazioni al centro del caso vengono fatte prontamente riparare, perdendosi dunque le prove materiali dell’incidente, molti dei testimoni -esclusi il medico Pende e la sorella di Dirk Hamer, Birgit- preferiscono non esporsi e non rilasciare dichiarazioni, e le armi presenti a bordo non vengono mai identificate con esattezza. Il Savoia, comunque, rimane circa 50 giorni in carcere ad Ajaccio prima di essere rimesso in libertà.

Passano diversi anni prima che, in Francia, qualcosa si muova. Nel 1989 la Chambre d'accusation di Bastia, in Corsica, chiede il rinvio a giudizio per Vittorio Emanuele per i reati di omicidio preterintenzionale e porto abusivo di armi da fuoco. Contro tale richiesta si oppongono sia la famiglia Hamer, chiedendo che il principe venga accusato di omicidio volontario, sia il Savoia stesso, che nega completamente ogni addebito.

L’iter giudiziario ha termine solo nel 1991, a distanza di 13 anni dall’incidente: la Corte d’Assise di Parigi assolve l’erede Savoia dall’accusa di omicidio, condannandolo a sei mesi con la condizionale per porto abusivo di arma da fuoco. Il verdetto viene duramente contestato dalla famiglia Hamer, che accusa la Corte -formata da 5 giudici togati e ben 7 giurati- di parzialità, e i Savoia di aver tentato di corrompere giudici e giurati.

L’intera storia potrebbe ritenersi conclusa, ma nel 2006 Vittorio Emanuele, detenuto nel carcere di Potenza nell’ambito dell’inchiesta Vallettopoli, si lascia andare ad alcune confessioni ai suoi compagni di cella, senza sapere che nella stanza erano presenti cimici e, addirittura, una microcamera nascosta.

Nel video, venuto alla luce solo nel 2011 sul sito internet del giornale Il fatto quotidiano, il Savoia sostiene di aver effettivamente sparato il colpo che colpì il giovane Hamer, e di aver “gabbato” il Tribunale di Parigi che l’aveva assolto grazie alla sua “batteria di avvocati”, aggiungendo infine: “anche se io avevo torto...torto... Devo dire che li ho fregati... Eccezionale”.

Il caso, dunque, riesplode, portando però solamente a nuove accuse incrociate e polemiche sulla famiglia, senza che sfoci in ulteriori conseguenze legali.

Quanto detto sin qui sembrerebbe limitare la questione alla giurisdizione francese, ma ha in realtà un risvolto recente, e molto interessante dal punto di vista legale, nel diritto di casa nostra: infatti, la sentenza di cui abbiamo appena parlato, emessa nel 1991 dalla Corte d’Assise di Parigi, è stata al centro di una lunga diatriba nel nostro paese, risolta con la sentenza del Tribunale di Piacenza del 26 luglio 2013.

La vicenda trae origine da una lettera di un privato cittadino inviata ad un quotidiano, e da questo pubblicata nel 2001. Nella missiva pubblicata, il lettore si dichiarava contrario al ritorno in Italia della famiglia Savoia perché uno dei reali “sparò ed uccise un giovane”: si riferiva, ovviamente, al caso di Cavallo del 1978.

I legali di Vittorio Emanuele, ravvisando un caso di diffamazione nella lettera pubblicata, citavano in giudizio per il risarcimento dei danni l’editore ed il caporedattore del giornale, motivando la richiesta sulla base della sentenza della Corte d’Assise di Parigi del 1991, che aveva assolto il principe dall’accusa di omicidio.

Il Tribunale di Piacenza, pertanto, si è trovato a dover affrontare una questione molto spinosa, coinvolgente sia il diritto internazionale che quello interno: la delibazione -ossia il riconoscimento- delle sentenze penali straniere nel nostro ordinamento.
Innanzitutto, il Tribunale parte dal presupposto che, in linea teorica, le sentenze straniere non necessitano di un procedimento speciale per la loro delibazione, in base alla c.d. riforma del diritto internazionale, L. 218/1995. Tale prescrizione è stata recepita con gli artt. 64 ss. L.218/1995, e 730 ss. del Codice di Procedura Penale, applicabili a seconda del caso specifico (peraltro quasi coincidenti).

Nel procedimento in parola, trattandosi di una sentenza di assoluzione e non di condanna, deve essere applicata la L. 218/1995, che ribadisce quanto sopra: il riconoscimento è automatico ma, nel caso di contestazioni in merito, questo avverrà solo sulla base di alcuni requisiti della sentenza, sulla presenza dei quali sarà chiamato a valutare il giudice in base ai criteri di legge.

In particolare, a rilevare saranno i criteri del passaggio in giudicato della sentenza nell’ordinamento straniero, il fatto che questa non sia contraria ad altra sentenza italiana, ed il più controverso criterio per cui le disposizioni della sentenza non devono produrre effetti “contrari all’ordine pubblico”.

E’ facile comprendere come quest’ultimo requisito sia interpretabile in diversi modi e, soprattutto, come il giudice italiano in molti casi si troverà di fronte alla necessità di “giudicare” la sentenza straniera, al fine di deciderne la delibazione o meno; si tratterà, tuttavia, sostiene il Tribunale, di un semplice giudizio sulla compatibilità di questa con i dettami fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano.

Stabilendo che il giudice che deve accertare il riconoscimento di una sentenza straniera al fine di “evitare l’ingresso nel nostro ordinamento di pronunce strutturalmente incompatibili con i suoi principi fondamentali”, sia chiamato a considerare anche gli articoli 3, 24 e 111 della nostra Costituzione, il Tribunale di Piacenza pone l’accento su un problema di difficile soluzione.

In particolare, l’art. 111 Cost. -modificato nel 1999 per recepire le normative europee previste dalla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU)- regola il c.d. giusto processo, stabilendo i requisiti inderogabili che un procedimento regolato dalla legge italiana deve possedere: il contraddittorio tra le parti, un giudice terzo ed imparziale, una durata ragionevole (prescrizione rimasta ad oggi lettera morta), il contraddittorio nella formazione della prova ed infine, al comma 6 -peraltro non modificato nel 1999 ma preesistente-, la necessaria presenza della motivazione in ogni sentenza.

La motivazione è fondamentale per motivi di trasparenza, chiarezza e logicità del diritto, permettendo che l’iter logico-giuridico seguito dal giudice nella formazione della decisione sia palese ed evidente sia ai soggetti interessati -al fine di poter, eventualmente, impugnare la sentenza- sia ai cittadini e allo Stato, al fine di valutare che “di giurisdizione si sia trattato e non di arbitrio”.

Ed è proprio qui che la vicenda Savoia diventa interessante: infatti la sentenza francese in questione, come anche alcune decisioni prese in altri Paesi, era assolutamente priva di motivazione.

Ritornando alla nostra sentenza, secondo il Tribunale la decisione francese non spiegava né perché il Savoia fosse stato ritenuto innocente né perché, al contrario, fosse stato ritenuto colpevole del reato di detenzione illegale di arma da fuoco; e dal momento che -altra questione rilevante- le sentenze straniere passate in giudicato non sono appellabili con un nuovo giudizio in Italia, è doppiamente importante la presenza della motivazione.

Per quanto detto, il Tribunale di Piacenza decide per la non riconoscibilità della sentenza della Corte d’Assise di Parigi nell’ordinamento giuridico italiano; la sentenza, dunque, rileva semplicemente come un “mero fatto storico”,  un mero fatto al pari di altri. Al pari, ad esempio, anche delle infelici confessioni del Savoia nel carcere di Potenza nel 2006, richiamate in precedenza.

Da questa decisione deriva l’ovvia conclusione del nostro caso: l’editore ed il redattore del quotidiano, citati in giudizio dai Savoia per l’asserita diffamazione, non sono tenuti ad alcun risarcimento.

In conclusione, il caso giudiziario di Vittorio Emanuele di Savoia e dell’incidente di Cavallo è durato oltre trent’anni, coinvolgendo diritto penale francese e diritto civile italiano e consentendoci di affrontare, con quest’ultima sentenza che abbiamo citato ed analizzato, il tema complesso e controverso del riconoscimento delle sentenze straniere nel nostro diritto, che potrà costituire, in futuro, materia di nuovi dibattiti e pareri discordanti.

Dott. Lorenzo Casavecchia