UN ARTICOLO CHE VI STUPIRA’ (E CHE VI PIACERA’) - UN NUOVO MODELLO ECONOMICO: LA FINANZA ISLAMICA

Postato in Giugno 2014

UN NUOVO MODELLO ECONOMICO: LA FINANZA ISLAMICA

Cari lettori,

oggi affronteremo un mondo ai più sconosciuto, quello della finanza islamica.

L’analisi di questo sistema, che unisce religione, etica ed economia, ci permetterà di fare alcuni paragoni con la nostra realtà e, magari, farà traballare alcune delle nostre convinzioni.

 

 

La prima certezza che potrebbe sgretolarsi è l’immagine che abbiamo dei grandi investitori stranieri, sceicchi ed emiri su tutti: una manna dal cielo e, nel contempo, grandi speculatori internazionali, senza scrupoli né morale.

Ebbene, la realtà è leggermente diversa.

Il sistema economico musulmano, infatti, è regolato da alcuni precisi e stringenti precetti derivanti dalla legge islamica, l’arcinota shari’a. E come potrebbe essere altrimenti in un mondo, come quello musulmano, fortemente influenzato dalla religione in ogni suo aspetto?

Per iniziare a trattare l’argomento, e per cercare di farlo nel modo più chiaro possibile, vediamo subito quali sono i princìpi cardine del sistema economico nel suo complesso; a cascata, da questi discende una serie di applicazioni pratiche che influenzano la vita di tutti i giorni di milioni di persone.

Innanzitutto, la Shari’a prevede il divieto di chiedere (o pagare) interessi, che sono in tutto e per tutti assimilati all’usura. Questo principio è inconcepibile nel nostro mondo, quello occidentale, che fin dal Medioevo basa la sua economia sul prestito e sull’interesse.

 

 

In secondo luogo, sono vietati quei contratti in cui la prestazione di una delle parti deriva da un evento incerto, i cosiddetti contratti aleatori: questi, infatti, sono assimilati all’azzardo. Anche qui, sembra strano se paragoniamo tale previsione ai nostri canoni, per cui un contratto di assicurazione è una cosa normalissima, con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.

Il terzo principio, che forse ci è più semplice comprendere, è costituito dal divieto di investire economicamente in attività contrarie all’Islam: saranno quindi vietati gli investimenti -anche indiretti- in attività economiche connesse con la produzione e la distribuzione di alcool, armi, carne suina, tabacco, pornografia e gioco d’azzardo.

Infine, i musulmani osservanti sono invitati (rectius, obbligati), ad effettuare l’elemosina ai poveri. La finanza islamica integra tra le sue regole tale precetto, sotto il nome di zagat: si tratta di una quota che deve obbligatoriamente essere donata ogni anno a favore dei bisognosi, di norma pari al 2,5 % del patrimonio detenuto presso la banca islamica.

Ovviamente, un mercato ed un’economia che rispettino alla lettera questi principi avranno diversi problemi a generare profitti e ad essere sostenibili; di contro, saranno presenti alcuni vantaggi che analizzeremo più avanti.

Proprio per ovviare ai problemi, ognuno di questi principi è stato studiato, elaborato, rimodellato e mitigato nel corso dei secoli: partendo dalla dottrina, i giuristi e gli economisti musulmani hanno cercato di adattare i precetti al mondo moderno.

Il primo vincolo, il più rigido, impedisce di ottenere interessi sul denaro prestato.

Questa previsione è legata al fatto che la moneta non può avere un valore di per sé intrinseco, indipendente dall’investimento che con questa si è fatto. Inoltre, è influenzata anche dal secondo precetto, per cui non possono esistere obbligazioni in cui l’aleatorietà pesi su una sola delle parti.
Sommiamo i due precetti, e poi pensiamo ad un nostro comune prestito bancario: la banca presta una somma di denaro ad un imprenditore, che effettua con quel denaro un investimento produttivo; se l’investimento produttivo non andrà a buon fine, l’imprenditore sarà comunque tenuto a restituire alla banca l’intera somma, compresi gli interessi.

Per noi è una cosa normalissima, ma tutto questo non potrebbe mai avvenire nel mondo islamico.

D’altra parte, l’alternativa per cui l’imprenditore non può finanziare l’investimento -perché nessuno fa niente per niente, ed una banca od un privato non presterebbero del denaro senza averne comunque un ricavo- non è accettabile, dal momento che così si frenerebbe irrimediabilmente l’intera economia.

La banca islamica, di norma, non concede dunque prestiti, ma investe in operazioni che hanno come attività sottostante un bene reale nella forma di contratti di scambio o, meno frequentemente, di partecipazione.

In sostanza, la finanza islamica ricorre ad una serie di accorgimenti, che in alcuni casi assomigliano a stratagemmi veri e propri.

Ad esempio: volete ottenere un mutuo per comprare una casa? La banca la acquista per voi, pagandola al venditore, e ve la consegna. Successivamente, voi corrisponderete allo stesso istituto un pagamento dilazionato e costante, aumentato del pagamento del “servizio” che la banca vi sta offrendo.

Oppure, per rimanere agli esempi che somigliano a stratagemmi: ovviamente, non può esistere un mondo senza assicurazioni, poiché l’incertezza e la litigiosità regnerebbero sovrane. La finanza islamica, allora, crea la “mutua assicurazione”: gli assicurati cooperano tra loro, contribuendo alla creazione di un fondo dal quale attingere per il pagamento di un eventuale indennizzo; non esiste quindi un rapporto tra assicurato ed assicuratore, ma solo tra partecipanti al fondo di assicurazione comune.

Accanto a siffatti strumenti, che in realtà sono più che altro dei pro forma per ubbidire alle regole imposte, ce ne sono altri che, nati per rispettarle, possono avere diversi risvolti positivi.

Alla base di queste tecniche c’è il principio del profit and loss sharing (PLS), ossia compartecipazione di profitti e perdite: si tratta di tecniche di finanziamento partecipativo che hanno dato origine a tipologie specifiche di contratti, ovviamente rispettosi dei precetti della legge islamica.

In entrambi i modelli contrattuali più utilizzati, la banca ed il soggetto privato sono “soci”, dividendo infatti onori ed oneri.

La prima forma contrattuale si chiama mudaraba. Sono previsti due partners, la banca ed un imprenditore; mentre la banca apporta il capitale, l’altro soggetto mette in gioco le proprie conoscenze tecniche ed operative.

Chi mette il capitale non si occupa della gestione, ed eventuali perdite peseranno solo sulla banca investitrice (a meno di condotte fraudolente messe in atto dal gestore); gli eventuali utili verranno suddivisi in base ad accordi preesistenti, costituendo d’altronde il solo ricavo dell’imprenditore, che non può avere -in ottemperanza al principio di compartecipazione di profitti e perdite- una contribuzione fissa. Insomma, una parte rischia il proprio capitale, l’altra la propria prestazione lavorativa.

Il secondo modello prende il nome di musharaka: a differenza del contratto appena visto, qui entrambi i “soci” -la banca e l’imprenditore- apportano capitale proprio e, quindi, partecipano sia agli utili che alle perdite, proporzionalmente agli accordi ed alle quote immesse.

La gestione spetterà nuovamente all’imprenditore, in cui pertanto viene riposta la fiducia del finanziatore. Il sistema è simile a quello delle nostre joint ventures.

Evidentemente, alla base di questo tipo di contratti ci devono essere progetti circostanziati, fiducia tra la parti ed interesse comune.

E’ chiaro come tali presupposti siano difficili da incontrare, e come questo potrebbe far diminuire il numero di beneficiari di investimenti da parte degli istituti bancari, rallentando di conseguenza il mercato. In realtà, da un lato questo sistema è sostenibile grazie all’enorme quantità di denaro proveniente dall’estrazione petrolifera -ad esempio con la nascita della Islamic Development Bank (IDB), creata espressamente con lo scopo di supportare e sviluppare la finanza islamica-, e dall’altro il sistema del PLS può essere aggirato (con gli strumenti visti in precedenza, e con altri simili).

Fino a qui abbiamo visto come funziona questo mondo.

Vi starete chiedendo: perché parlarne proprio ora, perché interessarsi ad un settore “di nicchia”, riservato a pochi credenti osservanti ?

Ebbene, l’interesse della breve analisi di queste pagine risiede nel fatto che il ritmo di crescita e di diffusione della finanza islamica sono impressionanti, e non accennano a rallentare.

Alcuni dati eloquenti: la finanza islamica cresce il 50% più veloce del settore bancario tradizionale, con investimenti globali che, entro la fine del 2014, arriveranno a circa 1.500 miliardi di euro; moltissime banche occidentali hanno ormai aperto appositi conti rivolti ai musulmani osservanti; diversi Paesi, anche europei (Germania, Gran Bretagna, Francia), stanno cominciando ad aprirsi alla finanza islamica, con l’emissione di sukuk sovrani -una sorta di bond autorizzati dalla shari’a-, che riscuotono grande successo. Addirittura, esistono ormai alcuni indici azionari (tra cui uno presso la City di Londra ed uno all’interno del Dow Jones di New York) che trattano esclusivamente obbligazioni e titoli rispettosi delle regole imposte dalla religione islamica.

Le ragioni di questi dati, e della crescente fiducia negli strumenti offerti dal sistema islamico, si intersecano con l’attuale momento economico del mondo occidentale, dando così ancora più peso ai vantaggi che questo tipo di sistema può avere nell’economia moderna.

E’ ormai pacifico che lo tsunami che ha investito il sistema bancario americano -e di riflesso europeo- a partire dal 2008, contribuendo a precipitarci nella crisi in cui ancora ci troviamo, è stato causato anche dalla deregulation del settore, che ha consentito un’eccessiva speculazione e una serie di operazioni spregiudicate -tra mutui subprime, titoli tossici, derivati e via dicendo- che hanno portato persino alla caduta di giganti come Lehman Brothers.

E anche a casa nostra troviamo facilmente alcuni esempi, come quello recente fornitoci -ahinoi- dal caso Monte dei Paschi di Siena.

Bene, i nostri lettori avranno ormai chiaro che quanto sopra non sarebbe potuto avvenire nel mondo della finanza islamica; e, infatti, non è avvenuto.

Le basi etiche hanno impedito la deregulation, la proibizione del rischio ha eliminato il pericolo di speculazioni, il divieto dell’interesse ha, in generale, limitato i danni per piccoli risparmiatori ed investitori.

Tali sicurezze, sommate al fatto che la popolazione islamica è ormai vicina al 25% di quella globale e che in paesi come Francia -6 milioni di immigrati musulmani- e Italia -1,4% della popolazione totale- il numeri di osservanti è destinato a crescere, fa della finanza islamica un mercato in crescita esponenziale.

Noi possiamo limitarci a trarre alcune semplici conclusioni.

Il sistema creato per rispettare la legge islamica, anche se ci può apparire estraneo e difficile, funziona; ed è altrettanto sicuro che ci si troverà a parlarne e a fare comparazioni frequenti, vista la rapidità con cui questo si sta espandendo.

In ogni caso, è un modello da tenere d’occhio: alcuni dei suoi istituti potrebbero davvero essere utilizzati come modelli anche nel nostro mondo, in questo momento di crisi e difficoltà, per aiutarci a cambiare -finalmente- un sistema in cui spesso la speculazione di pochi va a discapito del benessere di molti.

Un caro saluto a tutti.

dott. Lorenzo Casavecchia