IL DANNO PER VIOLAZIONE DELLA PRIVACY

Postato in Giugno 2014

Cari lettori,

l’Editoriale di questo mese è stato curato dalla dott.ssa Cristina Grivetto, neo praticante avvocato che da alcuni mesi è entrata a far parte del nostro organico.

Il nostro appuntamento mensile è oggi dedicato al risarcimento del danno derivante dalla violazione della privacy, questione tanto dibattuta fra i cittadini quanto spesso oggetto di confusione sull’effettiva possibilità di ottenere un ristoro.

 

 

Il nucleo della problematica risiede nel decreto legislativo n. 196/2003 - testo unico in materia dei dati personali - che ha introdotto una regolamentazione diretta a risolvere le problematiche in materia di protezione dei dati personali riformulando l’originaria legge n. 675/1996.

 

 

Alla parola privacy, ormai inserita a tutti gli effetti nel nostro vocabolario, si possono riferire accezioni differenti, quali: segretezza, riserbo, vita privata, intimità, dati personali, ecc. Tali significati confluiscono tutti nella c.d. tutela della riservatezza, ovvero nel diritto per il cittadino di controllare che le informazioni che lo riguardano vengano trattate o guardate da altri entro i limiti del consenso prestato.

Ed è proprio nel caso in cui venga lesa tale riservatezza -e conseguentemente l’identità personale - che la legge prevede una forma di tutela successiva, affidata al risarcimento del danno. Usare, infatti, illegittimamente le informazioni e divulgare le stesse in maniera inesatta corrisponde ad integrare la fattispecie del c.d. danno da informazione.

 

Tanto in sede comunitaria quanto in quella nazionale, è stato ben chiaro sin dall’inizio che i rischi maggiori sono connessi all’uso “tecnologico” dei dati, ma, valutato che l’angolo visuale è, in ultima analisi, il valore della riservatezza e dei diritti della personalità, è prevalsa la posizione che la tutela della privacy debba estendersi a tutte le specie di dati personali.

 

Campo minato di tale violazione è sicuramente l’ambito giornalistico: così la Cassazione in una sentenza del giugno 2013 (n. 16111/2013) ha ritenuto violazione del diritto alla riservatezza la diffusione di una notizia con relativa foto della persona, con riferimento ad un episodio di cronaca giudiziaria collegandola a vicende di molti anni addietro, relative a una parte dell'esistenza della persona ritenuta ormai chiusa, rispetto alla quale si vuole soltanto essere dimenticato.

 

La Suprema Corte ancora, nella sentenza n. 1608/2014, ha sottolineato che risulta in ogni caso sufficiente che l’individualità della persona offesa o di cui sono stati resi pubblici dati sensibili sia individuata per esclusione in via deduttiva tra una categoria di persone, e non anche che vi sia l’esplicita indicazione del nominativo. D’altro canto, sostiene l’organo giudicante, negare l’applicazione della normativa alle ipotesi di persona immediatamente riconoscibile pur in assenza delle indicazioni delle generalità, equivale a negare concreta efficacia alla normativa stessa e a renderla agevolmente aggirabile.

 

Il riferimento normativo in tema di “privacy” corre in particolare all’art. 15 del nuovo Codice in materia di protezione dei dati personali: l’articolo stabilisce che chiunque cagioni danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento dei danni non patrimoniali (talvolta detti anche “danni morali”) ai sensi dell’art. 2050 cod. civ., la norma del codice civile che disciplina la responsabilità per l’esercizio di attività pericolose. Il demandare a tale disposizione, con specifico riguardo al trattamento dei dati personali -che di per sé attività pericolosa non è- trova fondamento nella volontà del legislatore di “rafforzare”, sul piano probatorio, la posizione del danneggiato stabilendo una speciale presunzione di responsabilità a carico di chi effettua il trattamento.

Il  legislatore ha qui previsto, infatti, la regola secondo cui è il titolare/responsabile del trattamento il soggetto sul quale grava l’onere della prova riguardante il fatto lesivo: il danneggiato dovrà unicamente provare il rapporto di causalità tra fatto e danno. Incomberà quindi sul danneggiante l’onere di dimostrare di aver posto in essere tutte le misure idonee ad evitare l’evento l’esivo.

Quanto detto si differenzia con l’enunciato generale di cui all’art. 2043 cod. civ. in ambito di responsabilità extracontrattuale, che prevede che chiunque si ritenga danneggiato da un fatto illecito deve dar prova della responsabilità di colui che l’ha commesso provandone altresì l’elemento soggettivo -colpa o dolo- della condotta posta in essere.

 

La risarcibilità del danno non patrimoniale è estesa dall’art. 15, comma secondo, altresì all’ipotesi in cui venga violata la disposizione dell’art. 11 del Codice della privacy, ovvero quando i dati:

- non vengono trattati in modo lecito e secondo correttezza;

- non vengono raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, e vengano utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini non compatibili con tali scopi;

- non risultano esatti e, se necessario, aggiornati;

- non sono pertinenti, completi ed eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati;

- vengono conservati in una forma che non consente l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.

 

In tema di risarcimento è ammissibile la prova per testimoni di tale danno, in quanto esso non può ritenersi "in re ipsa" (ovvero esistente per il solo fatto che sia stata tenuta una condotta in violazione della privacy), ma va allegato e provato, sia pure attraverso il ricorso a presunzioni semplici, e, quindi, a maggior ragione, tramite testimonianze, che attestino uno stato di sofferenza fisica o psichica.

 

La liquidazione del danno non patrimoniale, ad ogni modo, sarà senz’altro affidata all’apprezzamento -anche equitativo- del giudice, che dovrà tener conto: delle sofferenze patite dall’offeso, della gravità dell’illecito, e di tutti gli elementi peculiari del caso concreto. Il giudice, perciò, sarà chiamato a pronunciarsi sul risarcimento indicando un ristoro pecuniario che risulti socialmente congruo alla gravità della lesione.

L’adeguatezza del ristoro, infine, dovrà essere valutata oggettivamente, a prescindere dalla soddisfazione morale che il danneggiato possa provare personalmente, potendosi trattare, anche, di persona incapace di intendere e di volere o di persona giuridica (una società, ad esempio).

Così, nel 2005 il Tribunale di Venezia nel 2005 condannò una banca al risarcimento della somma € 20.000,00 avendo comunicato telefonicamente il saldo debitorio del proprio cliente al padre della compagna di quest’ultimo, compromettendo il suo rapporto sentimentale con la propria donna.

Per concludere, è necessario individuare i soggetti tenuti al risarcimento dei danni causati dal trattamento dei dati personali.

A riguardo, l’art. 15 del Codice in materia di protezione dei dati personali parla, indistintamente, di “chiunque”: è il D.lgs. n. 196/2003 a precisare i soggetti a cui è ascrivibile il nesso di causalità tra evento dannoso ed imputabilità dello stesso, individuandoli: nel titolare (colui a cui competono le decisioni in ordine alle finalità del trattamento e della sicurezza dei dati) e nel responsabile (colui che è preposto dal titolare al trattamento dei dati, avendo esperienza, capacità ed affidabilità tale da fornire idonea garanzia del pieno rispetto delle disposizioni di legge in materia di trattamento, ivi compreso il profilo relativo alla sicurezza).

Titolare e responsabile saranno, entrambi, potenzialmente legittimati passivi, ed obbligati in solido al risarcimento.

 

Come evidenziato, quindi e come spesso accade nell’intricato mondo del diritto, la risarcibilità del danno da violazione della privacy è materia tutt’altro che cristallizzata nel tempo e, almeno per una volta, il legislatore è stato però in grado di evolvere la normativa quasi contemporaneamente all’evoluzione del mondo di tutti giorni, specialmente quello teconologico.

 

Non di meno, accade però ancora spesso che i nostri dati personali vengano trattati in modo tutt’altro che lecito e spesso carpiti per usi impropri e diversi rispetto a quelli per cui sono stati rilasciati, con conseguente possibilità, quindi, di valutare la risarcibilità del conseguente danno.

Ringraziamo per la Vostra consuete attenzione e Vi diamo appuntamento al mese prossimo.

 

Dott.ssa Cristina Grivetto