LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DI INTERNET

Postato in Febbraio 2015

Alla fine del 2014 è stata resa pubblica a Montecitorio, nonché trasmessa in diretta al Parlamento Europeo ed alla riunione dei Parlamenti dell’Unione, la bozza della Dichiarazione dei diritti in Internet, elaborata dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet istituita presso la Camera dei Deputati.
Anche se la stampa l’ha definita Magna Carta o Carta Costituzionale di Internet, la bozza della Dichiarazione dei diritti di Internet è attualmente del tutto priva di valore normativo e vincolante, consistendo in uno strumento finalizzato ad incentivare il pubblico dibattito sui principi fondamentali che dovrebbero reggere la Rete.
Ciascuno, difatti, collegandosi al sito internet camera.civi.ci, potrà commentare -motivando le proprie preferenze- i singoli articoli e paragrafi della Bozza della Dichiarazione oppure tutto il testo, nonché inviare eventuali  nuove proposte.
Quanto sopra al fine dichiarato di consentire alla collettività di indicare una direzione per possibili sviluppi normativi a tutti i livelli, sia nazionali che internazionali, della Rete.


Dopo 23 anni da quando il CERN (Centro Europeo di Ricerca Nucleare) aveva annunciato al mondo la nascita del World Wide Web, fondato su tecnologie studiate in ambito militare a partire dal 1960, l’Italia propone all’Europa di iniziare un percorso che potrebbe portare alla redazione di una carta fondamentale di Internet.
Di qui ci si potrebbe interrogare sull’opportunità di creare principi, sebbene molto ampi come quelli tipicamente “costituzionali”, della Rete, quando questa è considerata da molti uno strumento indissolubilmente libero e -secondo alcuni- anarchico.
A sommesso parere dello scrivente, la redazione di una Carta Costituzionale di Internet, prendendo come spunto la Bozza della Dichiarazione dei diritti di Internet, potrebbe non solo tutelare la libera fruizione della Rete definendo confini condivisi, ma anche contrastare pratiche -attualmente di largo uso- censurabili.
Attualmente, ad esempio, ogni dato inserito in Internet potrebbe essere raccolto, utilizzato ed anche venduto per i più diversi scopi, senza il benché minimo controllo da parte degli utenti. Ciò sia a fini commerciali che non.
Molte società che operano su internet nei campi -per citare i principali- dello sviluppo dei programmi per la navigazione sulla Rete, dei social network e dei motori di ricerca, prosperano proprio grazie ai dati che acquisiscono -in totale libertà, avvantaggiandosi del vuoto normativo- dai propri utenti, catalogandoli, tracciandone profili dettagliati, apprendedone i desideri commerciali, le convizioni religiose, politiche o filosofiche, l’origine razziale ed etnica, l’adesione ad organizzazioni, lo stato di salute e molte altre informazioni ancora.
Se ci sono quindi imprese che si limitano a vendere al pubblico liste di indirizzi email “personalizzate” in base agli interessi degli acquirenti (quali quelle di particolari tipologie di professionisti, imprese, privati ecc.), altre lucrano sui desideri commerciali degli utenti (emblematico è il caso in cui, dopo aver ricercato su internet un particolare prodotto quale ad esempio un televisore, compariranno su ogni sito internet successivamente visualizzato banner pubblicitari di televisori acquistabili online), cosicché non potrebbe stupire la compravendita -invero probabilissima- dei dati di milioni di fruitori di internet su larga scala a governi, partiti e multinazionali per gli scopi più disparati, per lo maggior parte sconosciuti.
Di qui, non appaiono né irragionevoli né tantomeno inopportuni, potendo regolamentare i fenomeni sopraccennati e rendere gli utenti consapevoli delle relative dinamiche, gli articoli della bozza della Dichiarazione di Internet:
n. 4, secondo cui “Ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano, per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
I dati personali sono quelli che consentono di risalire all’identità di una persona e comprendono anche i dati identificativi dei dispositivi e le loro ulteriori elaborazioni, come quelle legate alla produzione di profili.
I dati devono essere trattati rispettando i principi di necessità, finalità, pertinenza, proporzionalità e, in ogni caso, prevale il diritto di ogni persona all’autodeterminazione informativa.
I dati possono essere raccolti e trattati solo con il consenso effettivamente informato della persona interessata o in base a altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Il consenso è in via di principio revocabile. Per il trattamento di dati sensibili la legge può prevedere che il consenso della persona interessata debba essere accompagnato da specifiche autorizzazioni.
Il consenso non può costituire una base legale per il trattamento quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento.
Sono vietati l’accesso e il trattamento dei dati personali con finalità anche indirettamente discriminatorie”,
e n. 5, secondo cui “Ogni persona ha diritto di accedere ai propri dati, quale che sia il soggetto che li detiene e il luogo dove sono conservati, per chiederne l’integrazione, la rettifica, la cancellazione secondo le modalità previste dalla legge. Ogni persona ha diritto di conoscere le modalità tecniche di trattamento dei dati che la riguardano.
Le raccolte di massa di dati personali possono essere effettuate solo nel rispetto dei principi e dei diritti fondamentali.
La conservazione dei dati deve essere limitata al tempo necessario, tenendo conto del principio di finalità e del diritto all’autodeterminazione della persona interessata”.
Sotto altro profilo, il secondo articolo della Dichiarazione, che esordisce sancendo che “Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale. Il diritto fondamentale di accesso a Internet deve essere assicurato nei suoi presupposti sostanziali e non solo come possibilità di collegamento alla Rete”, nonché il terzo articolo nella parte in cui prevede che “Ogni persona ha il diritto che i dati che trasmette e riceve in Internet non subiscano discriminazioni, restrizioni o interferenze in relazione al mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in generale, legittime scelte delle persone”, potrebbero contrastare -tra le altre- quelle pratiche poste in essere da alcuni governi per impedire alla popolazione di accedere liberamente alle informazioni presenti su internet, al fine di celarle e controllare le masse.
Ancora, la bozza della Dichiarazione, oltre a sancire al primo articolo che sono garantiti in Internet i diritti fondamentali di ogni persona già riconosciuti dai documenti internazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalle costituzioni e dalle leggi, contiene, solo per citarne alcuni, principi quali quello:
della neutralità della Rete, finalizzato ad evitare che internet possa divenire uno strumento controllato da una determinata fazione;
dell’inviolabilità dei sistemi e domicili informatici, per cui nessun soggetto, anche istituzionale, potrà avere accesso ad un personal computer ed ai relativi dati senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria;
della sicurezza della Rete, che deve essere garantita come interesse pubblico, senza limitazioni della libertà di manifestazione del pensiero e con tutela della dignità delle persone da abusi connessi a comportamenti negativi, quali l’incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza
ed ancora dell’identità, dell’anonimato e dell’oblio, che consentono all’utente di verificare che i dati che lo riguardano presenti sulla Rete non divergano rispetto alla realtà, possano essere resi in forma anonima, oppure siano rimossi in tutto in parte.
Conclusa questa breve disamina, ritengo che l’intento della bozza della Dichiarazioni di Internet di promuovere il dibattito sui principi fondamentali della Rete sia lodevole, in quanto l’assenza di regole “costituzionali” di internet, se da un lato non tutela la libertà della Rete, dall’altro ha determinato il prolificare di pratiche censurabili, tra cui quelle sopraesposte, atte a trattare i dati acquisiti dagli utenti -senza autorizzazione alcuna- come preziosa merce di scambio, tra le più lucrose dei nostri tempi.

avv. Alberto Garlanda