Il compenso dell’avvocato

Postato in Marzo 2015

Cari lettori,

il presente Editoriale, il primo per il sottoscritto che da poco ha iniziato a collaborare con lo Studio, trae spunto da due interessanti articoli pubblicati sul numero di Dicembre della Rivista “Il Corriere giuridico”, ed è dedicato al tema dei compensi destinati all’avvocato per l’opera prestata al proprio cliente.


Come talvolta accade quando si affronta questo argomento, agli occhi di alcuni clienti il legale difensore assume le sembianze di un Giano bifronte: da un lato, l’immagine del professionista brillante, distinto, cui stima, rispetto e preparazione conferiscono l’incontestato diritto a pretendere qualsiasi somma; dall’altro, le sembianze di un azzeccagarbugli costantemente indaffarato, bravo solo a chiedere, poco meno a trasformare gli sforzi economici profusi dall’assistito in risultati utili. Sarà l’esito della lite per la quale a quel “Giano” ci si è rivolti che, alla fine, stabilirà quale dei due volti è destinato a prevalere!
Certamente, ciò che ha contribuito a radicare una simile immagine nell’ideale collettivo è la scarsa conoscenza delle fonti, normative e non, che regolano la materia e da cui l’avvocato attinge nel calcolo della propria parcella. Conoscerle non solo garantisce al cliente una maggiore possibilità di preventivare “i costi” di una causa, ma altresì lo rende maggiormente edotto circa i propri diritti al riguardo.


Ciò premesso, il punto da cui partire può individuarsi nel codice civile, laddove in tema di prestazione d’opera intellettuale stabilisce che la misura del compenso da corrispondere al professionista “deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione” (art. 2233, co. 2). E’ necessario, in altri termini, tener conto della specificità e della grande importanza che la professione forense assume nella disciplina dei rapporti sociali: si pensi, ad esempio, al ruolo fondamentale che essa svolge nel quotidiano meccanismo chiamato ad inverare i principi sanciti in Costituzione quali la tutela dei diritti e interessi legittimi, l’inviolabilità della difesa e la sua garanzia anche ai non abbienti (art. 24 Costituzione).


Tra i principi, invece, che informano specificatamente la disciplina di settore, ritroviamo prima di tutto quello di libera pattuizione del compenso tra le parti, con l’espresso divieto del c.d. patto di quota lite, che impedisce all’avvocato di richiedere una porzione del bene oggetto della controversia quale corrispettivo per le proprie prestazioni (ad esempio un piano dell’immobile in contesa). A ciò, il Codice di deontologia forense aggiunge l’obbligo per l’avvocato di preventivare al cliente (che ne faccia richiesta) i costi potenziali di una controversia, distinguendo tra spese, oneri e compenso per la prestazione che si richiede. Il fine, come é evidente, è quello di garantire un elemento fondamentale che sta alla base di qualsiasi rapporto che viene ad instaurarsi tra privato e professionista: la trasparenza.
In secondo luogo, entro una così ampia libertà di trattativa, l’applicazione delle norme di principio è coadiuvata dal Decreto Ministeriale n. 55 del 2014, che in guisa di un vero e proprio vademecum dell’avvocato, ai fini del calcolo di una parcella indica dei valori medi cui far riferimento, destinati a variare in relazione alla “fase” in cui la causa si trova (fase di studio, fase introduttiva, fase istruttoria, fase decisioria), degli scaglioni “di valore” cui la stessa appartiene (ad esempio per i procedimenti pendenti presso il Giudice di Pace, una causa del valore di € 500,00 appartiene al primo scaglione che include le cause di valore compreso tra € 0,01 ed € 1.100,00), nonché dell’autorità competente (Giudice di Pace, Tribunale, Corte d’Appello).


Infine, a far quasi da chiosa all’insieme di regole sin qui richiamate, si inserisce la norma contenuta all’articolo 3, comma 2, della legge 247 del 2012, secondo cui “la professione forense deve essere esercitata con indipendenza, lealtà, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza”. Simili criteri rappresentanto certamente quel substrato ideale di principi attraverso cui l’attività prestata da un avvocato deve essere valutata, anche in relazione alle modalità di determinazione del compenso. In nome di quei valori richiamati dal legislatore, infatti, l’avvocato è chiamato a proporzionare la propria parcella al sostanziale valore della controversia. La violazione degli stessi, invece, non solo determina conseguenze sul piano deontologico, ma altresì farà sorgere il diritto del cliente ad ottenere tutela sul piano giurisdizionale.


A conferma di ciò, è possibile richiamare la sentenza della Cassazione civile del 28 marzo 2013, n. 7807. La Suprema Corte, infatti, chiamata a pronunciarsi su una controversia incorsa tra un avvocato e un suo cliente, ha chiarito che “sussiste sempre la possibilità di concreto adeguamento degli onorari al valore effettivo e sostanziale della controversia”. Di conseguenza, laddove il giudice di merito ravvisi “una manifesta sproporzione tra il formale petitum e l’effettivo valore della controversia”, lo stesso avrà il potere “di adeguare la misura dell’onorario all’effettiva importanza della prestazione”, così da garantire il rispetto di un generale principio di proporzionalità e adeguatezza del compenso all’opera intellettuale concretamente espletata dall’avvocato.
Vogliate, quindi, gentilmente concedere una riflessione conclusiva, che si ricollega direttamente alla metafora disegnata ad inizio editoriale. Ogni figura mitologica creata dall’immaginario collettivo rappresenta il frutto di una commistione tra realtà e miscredenza; distinguere tra questi due estremi consente di risalire alla verità delle cose, e la chiave per accedervi è la stessa, da sempre: la conoscenza.


Avere cognizione delle norme e dei principi che regolano una materia o, come nel nostro caso, una professione, anche se all’apparenza può risultare un noioso intreccio di articoli, commi e numeri, in realtà può rivelarsi un esercizio assai utile, nella misura in cui consente al privato cittadino di rapportarsi col professionista in maniera più diretta e consapevole, scevri dai condizionamenti dettati dal convincimento dei più.
In questo modo, al privato cosciente che deciderà di richiederne le prestazioni, l’avvocato non apparirà più come come un Giano bifronte dalla mutevole identità, ma semplicemente per quello che è: o un serio professionista, o un qualunque azzeccagarbugli.


Dott. Francesco Pierro